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 giovedì 11 luglio 2019

MESSINA

Terra di Gesù Onlus: Lettera della vedova Liotta Premio Medico di Carità alla Memoria

di Redazione


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Lettera inviata dalla dott.ssa Floriana Di Marco vedova Liotta, Premio Medico di Carità 2019 alla memoria, scomparso durante l’alluvione di novembre scorso a Corleone mentre si recava a lavoro: Mi preme iniziare la scrittura di queste righe chiedendovi, prima di tutto, di perdonare la mia mancata presenza fisica. Non a caso, uso questa allocuzione per trasmettervi, invece, una forte partecipazione, che – spero – possa affiorare dal mio più sentito ringraziamento. È un tempo intenso e complesso quello che, all’indomani della tragedia che ci ha colpito, si è aperto per noi familiari tutti. Giorni che si sommano gli uni agli altri, senza più un ritmo noto: giorni di profondo dolore, di dura resistenza e di fatica speranzosa. Questo vissuto, assolutamente personale, avrebbe reso troppo penoso per noi sostenere, in ogni suo aspetto, lo svolgersi della serata che voi tutti meritate e vi accingete a vivere. Scusate questo piccolo accenno, ma credo che, essere messi nelle condizioni di potere cogliere il cuore e il ‘momento’ di un interlocutore, possa essere il presupposto di uno scambio comunicativo vero ed autentico.

Da quando circa un mese e mezzo fa, sono stata contattata dal collega, il dottore Francesco Certo, ho colto ‘l’eccezionale bellezza’ di questo riconoscimento offerto alla memoria di mio marito. Un’opportunità, senza dubbio per chi riceve, ma anche per chi dona. Per questo motivo, sin dalla prima conversazione telefonica avuta con lui, ho sentito che, in questa occasione, la ‘cifra del cuore’ sarebbe stata quella giusta da impiegare e spero che il coraggio e lo sforzo vengano premiati, facendomi percepire tra voi come una presenza viva e vera, unita al di sopra di ogni contingenza.

Ringrazio chi ha pensato di dedicare a mio marito questo premio perché senza dubbio lui era un uomo di carità, ed è per me miracoloso che l’aspetto identitario di tutto il suo essere e operato sia riuscito a coprire nel silenzio tanti chilometri di distanza. Solo l’amore profuso e la carità restano. Questa è l’affermazione nella quale mio marito Giuseppe credeva e nella quale spendeva la ‘semplicità’ di una vita feriale che evitava ogni vanto. Essere, invece, che apparire nella Carità non sfuggendo alla difficoltà e alle sfide di questa scelta coraggiosa. E la Carità per definizione lo è sempre.

La Carità per mio marito non era filantropia, ma l’aspirazione a una relazione che, seppur segnando il limite umano, apre alla grandezza di Dio e del cielo. Una porta che nell’amore si schiude all’immenso e gli permette di entrare nella piccolezza della vita di ogni giorno consentendogli, attraverso ognuno di noi, di trasformarsi in calore, luce, cura, attenzione e speranza per chi ci circonda. Questa relazione era il primo atto medico di mio marito. A questo punto, qualsiasi esperienza radicata nella Carità può esprimere il suo più alto grado di maturità, perché la Carità tutto unisce e rende prossimo, in un equilibrio perfetto tra le parti. Così, lui è stato ogni giorno marito, padre, figlio, fratello, amico, medico e collega amorevole, senza cedere alla tentazione attuale del modello di uomo di successo, che valorizzando solo alcuni aspetti della vita compie il sacrificio di altri e, insieme a questi, di se stesso. Non solo un ‘medico di Carità’, quindi, che sapeva ascoltare, intervenire, curare e guarire, ma prima di tutto un uomo ‘pieno’ e liberamente ispirato a Gesù Cristo.

Se così non fosse stata la sua vita, avrei avuto difficoltà ad accettare qualsiasi attestato lontano dalla sua verità. Non l’atto eroico di una notte, quindi, che il tam tam mediatico ha promosso, ma il riconoscimento di una vita nella scelta dell’amore. Non so quanti sanno che quella sera mio marito non era l’unico medico su quella strada, dimenticata più dagli uomini che da Dio, a cercare di raggiungere il proprio posto di lavoro nelle medesime condizioni di allerta. Penso sempre che questa sia un’altra cosa che vorrebbe che tutti sapessero, non solo per essere giusto nei confronti di altri colleghi che a differenza sua non sono stati meno meritevoli, solo più fortunati, ma anche per invitare a rinnovare la fiducia in una professione, quella medica, che ho avuto l’onore di condividere con lui nel nostro pane quotidiano, e in cui spesso ormai si rischia la vita, per derive violente, anche nelle sale dei Pronto Soccorso e nelle corsie.

Concludo condividendo con tutti voi una riflessione che il giornalista e scrittore Gery Palazzotto ha dedicato alla nostra vicenda sulle pagine della Repubblica, che ringrazio particolarmente per le sue parole. Non l’interpretazione di un fatto tragico attraverso un’emozione pietista, ma una riflessione profonda, generosa, disponibile alla verità seppur nel dolore”. “ Quanti altri Giuseppe Liotta ci sono nel nostro mondo di sopravvissuti? ...Un signor nessuno che diventa, ai nostri occhi, un gigante quando improvvisamente non c’è più: perché eravamo distratti, perché ci occupiamo sempre delle stesse cose e delle stesse persone, spesso inutili se non perniciose, mentre trascuriamo il buono che non fa romanzo, il bello che non fa scena, l’utile che non fa audience…”.

Quanti?”... “Di sicuro ce ne sono tanti. A ognuno di loro, nella vita di ogni giorno, il nostro riconoscimento, la nostra cura e la nostra attenzione. A noi tutti, forza e coraggio nell’Amore. Con questo augurio, vi ringrazio di tutto anche per la pazienza adoperata nell’ascolto. Vi auguro di vivere con gioia questa serata e la vostra vita”.

Floriana Di Marco, vedova Liotta


 


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