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 mercoledì 23 agosto 2017

SPIRITUALITÀ E CULTURA: FATTI, IDEE, DOCUMENTI

Scienza e Tecnologia a servizio di un nuovo Umanesimo: i corsi STEM nel futuro dei laureati in discipline umanistiche

di Pasquale Frascolla


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Che cosa sono i corsi di studio STEM e perché dovremmo occuparcene? Per rispondere a queste due domande, cominciamo col dire che STEM è l’acronimo per “Science, Technology, Engineering, Mathematics”. L’Amministrazione Obama e adesso quella Trump hanno investito milioni di dollari per incrementare le iscrizioni dei giovani ai corsi STEM e la ragione è ovvia: le opportunità di lavoro per laureati dell’area STEM sono molto maggiori che per i laureati in altre discipline, soprattutto per quelli provenienti dagli studi umanistici in senso lato. A risultati analoghi porta il confronto tra i laureati STEM e gli altri, per quanto riguarda i tassi di crescita dell’occupazione, i tempi impiegati per trovare occupazione, il livello di reddito dopo un certo intervallo di tempo di lavoro. Che anche in Italia si debbano avviare politiche dello stesso tipo mi sembra un’ovvietà, e in parte sta già avvenendo. Qui non m’interessano tanto gli aspetti politico-economici della questione, quanto quelli politico-culturali. In particolare, mi pare che questa situazione e queste tendenze sollecitino una riflessione soprattutto da parte di chi si occupa d’istruzione universitaria in ambito umanistico.

Per prima cosa, occorrerebbe iniziare a contrastare il ruolo sempre più “ornamentale” della ricerca in area umanistica. È importante, sicuramente, che alcune persone dedichino la loro vita professionale a studiare il problema della natura degli oggetti nell’ontologia del Tractatus di Wittgenstein o, quello dello schematismo nella teoria kantiana della conoscenza, o quello del ruolo della teleologia nella concezione hegeliana dello sviluppo dello spirito (gli esempi sono tratti dalla filosofia solo per competenza professionale, ma uno storico, un filologo ecc. potranno sostituire i miei esempi con i loro, con la stessa efficacia). E non c’è dubbio che, attraverso le infinite mediazioni dei processi di diffusione della cultura, qualcosa di tutto ciò prima o poi confluirà nel bagaglio degli uomini colti in generale. Tuttavia, il riconoscimento dell’alta professionalità richiesta per impegnarsi in questo tipo di studi (almeno in condizioni ideali) non può far dimenticare come la trasmissione e l’ulteriore elaborazione di questo tipo di sapere non possa costituire, per la gran parte dei giovani, una reale alternativa a quello che le STEM offrono in una società dominata dalla scienza e dalla tecnologia.

Una reazione assolutamente da respingere, di fronte alla situazione sopra tratteggiata, e che pure è abbastanza diffusa, è la continua lamentazione sulla perdita del ruolo egemone della cultura umanistica, o addirittura sul pericolo di una sua lenta estinzione, che si accompagna, di solito, a quello che chiamerei “un qualunquismo anti-matematico”, ossia a una polemica contro il dominio degli algoritmi nella nostra vita, che impoverirebbero le menti privandole dell’“ampio respiro” del discorso umanistico (una lamentazione basata, di solito, su un accentuato analfabetismo matematico che, attenzione, non riguarda mica i sofisticati formalismi della teoria della relatività o della meccanica quantistica, ma perfino i fondamenti dell’analisi su cui Newton tre secoli fa ha costruito la sua dinamica e la sua meccanica celeste).

Una strategia molto più ragionevole in difesa della formazione umanistica dovrebbe, a mio avviso, partire dalla consapevolezza della funzione che quella formazione potrebbe e dovrebbe svolgere anche per i giovani che si collocano nell’area STEM. L’economista premio Nobel Ned Phelps ha sostenuto, giustamente, che “la tecnica va puntellata con le soft skills umanistiche, figlie di storia, filosofia e letteratura, necessarie a sviluppare lo spirito critico e d’iniziativa necessari a gestire il cambiamento”. Anche qui, però, è opportuno fare una precisazione. Il problema non è garantirsi che gli scienziati-tecnologi di domani siano persone che, nei giorni festivi, per così dire, si dedichino a buone letture, coltivino le loro passioni musicali, filosofiche o altro. No, ciò avviene già, almeno nei casi migliori.

L’obiettivo deve essere molto più ambizioso: introdurre nei processi di formazione gestiti dalle istituzioni scolastiche e universitarie quegli elementi di consapevolezza critica generale che lo studio scientifico disciplinare non è in grado di fornire. Per essere concreti, si pensi all’effetto che avrebbe sulla formazione di uno scienziato-tecnologo una robusta iniezione di sapere logico-argomentativo, di riflessione sui fondamenti delle scienze che essi coltivano e di una solida conoscenza della storia di quelle stesse discipline, intrecciata con quella della filosofia (un grande epistemologo, scimmiottando Kant, soleva dire che la filosofia della scienza senza la storia della scienza è vuota, e che la storia della scienza senza la filosofia della scienza è cieca).

Un progetto di questo tipo riconsegnerebbe al sapere umanistico un ruolo essenziale nella formazione degli uomini colti, che sono già oggi, e saranno ancor più domani, soprattutto scienziati e tecnologi (anche se so quanto sia impopolare, nella cultura italiana, affermare il principio che il sapere scientifico, matematica inclusa, è cultura e basta, senza ulteriori aggettivazioni). Tuttavia, per poter realizzare quel progetto, gli studiosi umanisti sono chiamati, a loro volta, a un mutamento radicale dei propri impegni culturali di base: perché oggi, almeno in Italia, l’analisi del pensiero logico-argomentativo, la conoscenza dei fondamenti delle scienze “dure” e quella della loro storia hanno un ruolo assolutamente marginale nella stessa formazione umanistica. Solo se sarà capace di trasferire agli scienziati-tecnologi i valori della riflessione critica sugli schemi concettuali attraverso i quali ci rappresentiamo il mondo naturale e storico, la cultura umanistica non sarà, definitivamente, condannata a quel ruolo, certamente nobile, ma, ahimè, puramente ornamentale, di cui ho detto sopra. E da questo cambiamento non ci guadagnerà solo il profilo intellettuale degli scienziati-tecnologi, ma quello della società nel suo complesso.

L’Autore

Pasquale Frascolla è professore ordinario di Logica e Filosofia del Linguaggio all’Università della Basilicata: studioso di larga fama, da molti anni si prodiga, nella ricerca personale, nell’insegnamento, e nei progetti internazionali, perché si realizzi per i giovani umanisti un programma formativo libero da schemi ottocenteschi e appropriato all’era digitale.


 


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