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 giovedì 20 febbraio 2014

IN GIRO PER L’ITALIA

La Certosa di Serra San Bruno

di Alfonso Saya


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Ho visitato la Certosa di Serra San Bruno, così chiamata dal nome del suo fondatore, un pellegrino tedesco, di Colonia, che andava su e giù per l’Europa, perché spinto da un’inquietudine tutta spirituale, come quella del nostro Padre Dante, che quando gli si chiedeva cosa cercasse, rispondeva: “Cerco Dio!”.

Il riposo, la quiete, l’approdo in Dio lo trovò in Calabria, sulle Serre. Così, si concluse il suo viaggio, la parabola del cammino dell’anima sempre tesa alla ricerca di Dio e della sua volontà.

Mille anni sono trascorsi da quell’arrivo in Calabria, ma il tempo qui si è fermato. I suoi seguaci, i certosini, vivono la vita stessa del loro fondatore, seguendo gli ideali di povertà, di solitudine, di silenzio, di contemplazione, distaccati dalle cose futili e transeunti del mondo; vivono la stessa atmosfera mistica fatta di preghiera, di lavoro (ora et labora) e di contemplazione. San Bruno rivive nei propri figli, gli stessi che seguono lo stesso ritmo del fondatore, nella più stretta clausura.

L’orologio del campanile, costruito in Francia, scandisce le ore nel silenzio mistico della Certosa. I monaci, vestiti di bianco e col cappuccio, sono, al dire del Beato Giovanni Paolo II, le sentinelle del mattino, in attesa del dies natalis, il giorno della morte, giorno della nascita vera alla vita eterna.

Sembra, veramente, che 10 secoli non siano passati e si sente una “quiete contemplativa”, quella stessa che sentì il “Pellegrino Bruno”, che qui si fermò, trovando Dio.

Il priore, intervistato da un giornalista, il giorno in cui l’emerito, grande Papa Benedetto XVI, visitò la Certosa, disse che lui aveva fatto lo stesso cammino del fondatore, dalle Alpi francesi alle Serre calabresi, e che, in quel luogo mistico, aveva percepito, lui che era un matematico, la “Tenerezza di Dio”.

Essere monaco, oggi, sembra fuori dalla realtà, sembra follia! È vero – commenta il priore – nel senso di essere “folle di Dio”.

E alla domanda se è contento della sua scelta di vita, il priore risponde affermativamente, anzi, dice di essere felice di essere certosino. La sua è una felicità piena e non è quella che intende il mondo, ma è la felicità di chi vive alla presenza del Signore, di chi cammina “pei floridi sentier della Speranza, pei Campi Eterni… di chi vive nella Pace, che il mondo irride, ma che rapir non può!”.


 


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