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 domenica 25 agosto 2019

LIBRI

Lorenzo Marone: L’elogio dell’imperfezione

di Tiziana Santoro


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“In che senso?” è la frase che l’autore Lorenzo Marone mette ossessivamente in bocca ad Andrea Scotto, disincantato protagonista della sua ultima fatica letteraria “Tutto sarà perfetto”. Irresponsabile, infantile, egoista, Andrea asseconda la vita ignorandone il senso. Quel senso inafferrabile su cui non si interroga per coglierne l’essenza, quanto più per assicurarsi un alibi per le sue inadempienze. “In che senso” è una frase chiave che costantemente riecheggia nelle orecchie del lettore guidandolo sino al cuore di un racconto corale, i cui personaggi declinano la vita ciascuno a loro modo. Marina è sorella, figlia e moglie che rincorre un modello di perfezione esistenziale delimitato da regole e ristrettezze. Il comandante Scotto non smette mai di fuggire dalla famiglia e dalle sue dinamiche; Libero di nome e di fatto che insegua l’ignoto, un orizzonte in alto mare o uno spazio metafisico, poco importa, la sua dimensione esistenziale ideale è sempre “la distanza”.

Delphine è una presenza-assenza che pesa nella vita di tutti i personaggi: prematuramente scomparsa, ha convissuto con una malattia che ha predeterminato ogni sua azione e stravaganza. Poi, c’è Ondina: come appare agli abitanti di Procida, come appare ad Andrea e come realmente è; come un’onda si agita, si infrange contro la vita e obbedisce a un moto istintivo che la governa e che la contrappone alle convenzioni. Nelle loro vite, luci e ombre, quelle ragnatele, quei “ragnetti” – dirà Andrea – che imbrigliano i pensieri e condizionano le azioni, quei “non-senso” di cui si popola la condizione esistenziale di ciascuno. I personaggi si destreggiano goffamente attraverso dinamiche relazionali: madre-figli, padre-figli, fratello-sorella, fratello-fratello, passioni-adolescenziali, amori immaturi, cliché di un modello familiare ordinario che la conclusione del romanzo sovverte e restituisce al lettore in chiave anticonvenzionale. Sullo sfondo delle azioni e tribolazioni emotive dei personaggi c’è Procida, la sua connotazione emotiva: quella del ricordo, quella del ritorno e dell’oggi.

Il cuore di Procida è Ciccio: autista, tuttofare, generoso testimone, sempre a servizio delle vite altrui, sempre pronto a donarsi per “mettere la pezza dove occorre”, non giudica, né pretende di modificare gli eventi. Ciccio accetta con saggia rassegnazione il moto imperfetto delle vite che scorrono davanti ai suoi occhi e lascia che sia. I personaggi di Marone per resistere devono fare i conti con le loro radici, guardare in faccia le proprie paure ed estirpare i cespi, ciò che àncora, paralizza e impedisce l’evoluzione, la crescita, la rinascita personale. Procida è l’Isola che avvolge e protegge, ma per vincere la paura è necessario lasciare il porto, sfidare il mare, salpare su nuove terre. Ci sta che il concetto di viaggio implichi l’imprevisto di imbattersi in qualche fermata che obbliga a riflettere, giacché mettersi in cammino significa anche correre il rischio di ritrovarsi a percorrere a testa bassa una strada sbagliata e di dover riconsiderare le proprie scelte.

Governato dalla vita, dagli eventi e persino dall’autoritario bassotto, Andrea si salva solo grazie al suo talento. Per vedere realmente dentro la vita, deve puntare l’obiettivo della macchina fotografica su quei difetti che denunciano disfatte, sogni, desideri, delusioni e verità. Andrea torna in contatto con se stesso, col suo sogno di fotografo che sa scorgere la bellezza nei dettagli e nelle imperfezioni; la curiosità come e più dell’amore, spesso basta a salvare una vita, a mettere a fuoco scintille di perfezione. In un vitalismo ondoso che muove e agita le vite dei personaggi, il senso della vita, il puzzle scomposto che presenta vuoti incolmabili, Marone lo affida al tempo “Dicono che il tempo aggiusti anche gli uomini: spesso spendono male gran parte della vita per poi salvarsi nel finale proprio grazie al tempo, che fa come il padre quando il figlio non sa andare in bici, afferra il manubrio e dà una sferzata veloce”. La presunzione di Andrea è l’atavica presunzione degli uomini: il desiderio di governare il tempo: di dilatarlo consumando l’amore come durante l’adolescenza o maledicendolo per quella felicità che dura un istante e si dissolve come polvere; salvo poi accettare che il “gioco della vita” consiste nel lasciare andare, nel perdere ogni giorno qualcosa.

Il senso del romanzo sta più nell’imperfezione che nella perfezione, più nella diversità che nell’ordinarietà. Osservando la foto della madre, Andrea impara a rafforzare la sua identità e a stare al gioco della vita: “...sarò come mia madre, imperfetto ma bello, saprò guardare oltre le apparenze, se imparerò a non celarmi dietro falsi sorrisi e mi accontenterò di non avere risposte, abbandonandomi senza lotta alla disarmonia interiore che mi fa sentire sballottato di qua e di là, come una bottiglia di plastica finita nel mare per colpa di chissà chi”. Non c’è altro senso, dunque, se non quello della vita stessa: un moto che ci afferra e ci spinge anche quando siamo disorientati e sofferenti. Sono attimi di “trascurabile infelicità” che si superano quando “la vita che abbiamo dentro torna a fare da bussola e direziona, aiuta a tenere il timone dritto. E rende pronti ad andare incontro alle onde”. La felicità non si trova nella perfezione, ma in quell’attimo che sfugge alle regole e nella sensibilità di chi sa cogliere, nel chiaroscuro della messa a fuoco, lampi di imprevedibile bellezza.


 


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