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 mercoledì 26 giugno 2019

STORIA

L’iconografia del potere al tempo di Federico II

di Pina D’Alatri


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Poliedrico, ambizioso, determinato, talvolta feroce, Federico II si rivela anche un antesignano del culto, oggi diremmo mass-mediatico dell’immagine. Il saggio di Valentina Certo (“Il Tesoro di Federico II, Potere e Cultura a Corte, Ed. Giambra 2019 Terme Vigliatore pag. 200) persegue questa linea interpretativa, facendo risaltare le capacità intuitive, la forza del carattere e la ferrea volontà di dominio dello Svevo. L’autrice illustra l’ascesa del regnante come un progetto di dominio assoluto, supportato dalla ricerca del consenso dei popoli soggetti, attraverso una sapiente pubblicità iconografica, tendente al culto dell’immagine, quasi un ritorno all’apoteosi imperiale romana. Due gli obbiettivi di Federico, porsi da un lato, come erede della “Romanorum Potestas” e dall’altro come fermo oppositore del carisma papale. Da ciò, la ricerca del consenso attraverso i manoscritti, le opere figurative e i gioielli e, in particolar modo, la glittica che sottolinea il dettaglio attraverso la preziosità dell’oggetto e che, con la sua simbologia, favorisce le mire egemoniche di un regnante così carismatico.

Federico sa che la forza delle armi serve solo a imporre il consenso, ma non a sostenerlo, da ciò la sua tendenza al sublime, al grandioso, al fuori misura. Forse lo avrà condizionato l’esser nato in pubblica piazza per essere subito esposto all’attenzione del popolo in attesa, l’essere stato oggetto di smisurate passioni, esser stato lui stesso smisurato in tutto il suo percorso di vita. La grandiosità dei suoi castelli, concreta irradiazione della sua maestà, e il carisma della sua persona dovevano riproporre l’immagine del “divino regnante”, che sulla terra espandeva un potere che veniva dall’alto. Egli doveva opporsi al presente in cui si muovevano faccendieri della chiesa, avversari politici e nemici personali, impreziosendo la sua immagine e concedendole una sorta di immortalità. Il testo ricco e documentato si segnala tra la congerie di scritti dedicati a Federico II, non solo perché offre un panorama ampio e articolato dell’epoca, vista nella sua complessità politica e artistica, ma anche per la profonda analisi psicologica in cui la figura di Federico acquista concretezza e umanità.

Appare un uomo che aspira all’ immortalità, consapevole che può raggiungerla attraverso la fama se ben supportata dalla statuaria, dalla pittura o dall’arte orafa. Il libro della Certo propone questo messaggio: le arti figurative, come anche quelle orafe, permettono di dar corpo al passato, attraverso oggetti che, seppur in modo simbolico, ne possano testimoniare gli aspetti più pregnanti e le tematiche più significative. La figura di Federico II acquista maggiore concretezza da questa analisi attenta e comparata: appare evidente la sua immane grandezza che lo porta a voler quasi sfidare le leggi della natura. Fattosi erede dei grandi imperatori romani trasmetterà un messaggio indelebile: l’uomo è destinato a svanire dallo scenario del mondo ma non la sua immagine trasmessa dall’arte figurativa e la sua essenza, insita nei suoi scritti.

La trasmissione ai posteri, come dice Foscolo, avverrà per i grandi spiriti, finché il sole risplenda sulle sciagure umane e questo però, nel caso di Federico, va oltre le categorie morali e tocca solo la sublimità dell’arte che è al di sopra del bene e del male. Ciò che l’arte ha prodotto nei secoli per rappresentare il potere, sarà colto, assimilato e adattato da Federico per essere poi trasmesso ad altre epoche che ne erediteranno il fascino ma non sempre ne faranno proprio il messaggio. Il periodo in cui viviamo è quello dell’apparire, in cui l’immagine conta più dell’essenza dell’individuo, ed è proprio per questo che la figura di Federico II assume una notevole modernità. Il testo della Certo di grande spessore culturale, alla luce del passato ci aiuta a decriptare meglio il nostro presente.



 


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