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 domenica 3 febbraio 2019

FESTA POPOLARE

Catania si ferma per rendere omaggio alla sua patrona Sant’Agata

di Graziella Lo Vano


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Nei giorni 3, 4 e 5 febbraio la Città di Catania si ferma per rendere omaggio alla sua patrona Sant’Agata. La Vergine catanese si venera, pure in diverse regioni italiane dalla Puglia, alla Lombardia, dall’Emilia Romagna al Piemonte, solo per citarne alcune, oltre che in Spagna; in Belgio a Berchem-Sainte-Agathe; in Francia, in Savoia e in Provenza, nell’Isola de La Rèunion; a Malta, a San Marino, Germania, Paesi Bassi, Canada a Sainte Agathe des Monts, Brasile a Città di Pesqueira e in altre ancora. Ma è nella città etnea che accorreranno a migliaia da tutte le nazioni del mondo, come ogni anno, per poter assistere alle celebrazioni che costituiranno un’amalgama tra componenti religiose e folcloristiche in un mix di storia, fede e tradizione. Proprio per l’alta affluenza di gente, è stata classificata come la terza festa religiosa più partecipata a livello mondiale e inserita nel Reis, il registro delle eredità immateriali, per il riconoscimento ufficiale da parte dell’Unesco. La civita in questi tre giorni, si ferma letteralmente, per rendere omaggio alla sua cittadina più illustre e amata.

Agata (dal greco Agathé, che significa buona, virtuosa), nacque a Catania intorno al 235 d.c., da Rao e Apolla, in una nobile e ricca famiglia che educò la figlia alla religione cristiana. Così, Agata crescendo in candore e purezza, all’età di quindici anni, volle consacrarsi totalmente a Dio, ricevendo da parte del vescovo, durante la cerimonia della velatio, l’apposizione del flammeum, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate. È, infatti, raffigurata in questo modo, nel mosaico di Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna del VI secolo, con la tunica lunga e la stola a tracolla, in un abbigliamento che lascia supporre che fosse diventata diaconessa. A Catania, a quel tempo era stato inviato a rappresentare il potere centrale di Roma, il proconsole Quinziano, uomo prepotente e duro che, eseguendo la legge dell’impero, perseguitava i cristiani, per cui accusando Agata di vilipendio della religione di stato ne ordinò la cattura. A questo punto, la tradizione popolare racconta che Agata per sottrarsi all’arresto, scappa, rifugiandosi in un borgo vicino la città, a Galermo; altri indicano Malta o Palermo. In ogni caso, viene catturata e condotta davanti a Quinziano che appena la vede rimane ammaliato dalla sua bellezza e fa di tutto per conquistarla.

I suoi tentativi, però, non ebbero nessun effetto su Agata. Furioso allora Quinziano, la processò, torturò ripetutamente e, infine, facendole strappare le mammelle con delle grosse tenaglie. Pare, però, che dopo la visione di San Pietro, la carne della giovane, risultasse sanata. Non riuscendo ad assoggettare la ragazza alla sua volontà, il proconsole quindi, sempre più inferocito, la condannò a essere bruciata viva sui carboni ardenti. Ma mentre la giovane veniva arsa, un violento terremoto scosse la Città, per cui la folla spaventata ne chiese la sospensione. Ancora agonizzante, Agata fu riportata nella sua cella, dove morì dopo qualche ora. Correva l’anno 251. Pare – così, racconta ancora la tradizione popolare – che mentre il fuoco bruciava le sue carni, il velo che lei indossava restava, invece, intatto. Per questa ragione, “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose. Infatti, è stato portato più volte in processione, di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla. Ecco perché, la Santuzza, viene rappresentata sempre con una palma e con un piatto in mano, contenente i seni e le tenaglie (da questo evento, derivano anche i caratteristici e gustosi dolci siciliani di forma rotonda, glassati con una ciliegia candita sulla sommità, chiamati appunto: le “minne di Sant’Agata”).

La devozione nei riguardi di Sant’Agata si espanse subito. L’anno successivo la sua morte, il 5 febbraio 252, una violenta colata lavica si fermò davanti al velo di Agata, portato in processione da cristiani e pagani spaventati. E, così, fu fatto in occasione di altri eventi drammatici, consacrando la fanciulla vergine e martire, patrona di Catania. Altri episodi straordinari si rilevarono ancora nel corso dei secoli. Tra le più disastrose, viene ricordata quella del 1669, quando per sessantotto giorni, il vulcano eruttò lava e lapilli, distruggendo molti paesi, fino a minacciare Catania e circondare il fossato del Castello Ursino. Ma il magma, arrivato a una distanza di qualche centinaio di metri dalla Basilica e dai luoghi dove Agata aveva sopportato il martirio ed era stata sepolta, fu fermato sempre dal velo della Santuzza. La lava deviando il suo percorso, si riversò in mare dove continuò la sua strada, ancora per alcuni chilometri. Ma in quella terribile eruzione, si racconta anche un altro evento prodigioso: di un’edicola, dove si trovava un dipinto della Santa Vergine, che venne trasportato lungo il fiume, restando intatto; ancora adesso, si può ammirare nella città catanese della chiesa di Sant’Agata alle sciare.

Nei secoli, sono molti gli eventi catastrofici quali peste, colera, eccidi, invasioni nemiche contro i quali è stato chiesto l’intervento della Santa e nei quali si sono avuti eventi prodigiosi e miracoli. L’ultimo nel 1886, quando la colata lavica che stava per lambire la città di Nicolosi si fermò, appunto, di fronte al miracoloso velo. Nel tempo la Santuzza, è diventata anche protettrice dei pompieri e invocata in occasione di incendi, terremoti, disastri naturali. Viene implorata anche da donne con il tumore al seno, panettieri, gioiellieri e fonditori di campane. Il primo giorno dei festeggiamenti, quindi, migliaia di devoti, di buon mattino, si avviano verso la cattedrale, indossando “u saccu”, (una sorta di saio bianco) fermato alla vita da un cordone e guanti dello stesso colore e una papalina nera in testa. In mano, stringono un fazzoletto bianco che viene sventolato in particolari momenti delle celebrazioni. Primo ed emozionante evento atteso dai catanesi durante la messa delle sei, è il momento dell’uscita dalla “cammaredda” (cappella) delle spoglie della santa, dove vengono custodite durante l’anno. La cappella per i suoi raffinati affreschi cinquecenteschi è visitata da migliaia di turisti, che solo in questi giorni possono ammirarla, restando chiusa per tutti gli altri mesi.

Le reliquie della Santa, nel busto d’argento (opera del 1376), che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone, vengono poste sul Fercolo foderato anch’esso d’argento e poi trascinato da centinaia di devoti che si alternano ai due cordoni lunghi un centinaio di metri. La vara è adornata con un tappeto di fiori rosa, simbolo del sangue e, quindi, del martirio subito dalla Santa, mentre giorno 5 è addobbato con garofani bianchi a significare la purezza della vergine Ajtuzza. L’uscita della Santa viene annunciata da uno scampanellio di campane che suonano a distesa, mentre centinaia di migliaia di devoti e turisti formano un tappeto umano nella piazza antistante la cattedrale. La processione viene anticipata da 13 “candelore” o “cannalori” di pregiata fattura manuale, rappresentanti le corporazioni artigiane dei lavoratori locali dai “pisciari” (pescatori), ai “chiancheri” (i macellai). Sono in legno, riccamente scolpite e dorate, di diverso stile: dal barocco siciliano al gotico o al rococò, si estendono in verticale. Sono gli uomini delle stesse corporazioni – da quattro a dodici, secondo il peso – che si alternano nel portarle a spalla con un’andatura dondolante, chiamata dai catanesi “a’nnacata”. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti al grido: “Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti e altri con convinzione rispondono: Sì, sì”.

Altri momenti suggestivi e attesi della processione si avranno nella sosta del corteo di fronte al monastero delle suore benedettine “nella salita di San Giuliano”, quando solo in quest’occasione verranno fuori e da dietro i cancelli dedicheranno dei canti alla vergine Agata, con voce definita “celestiale”. Altro aspetto devozionale e folcloristico che incuriosisce i turisti, sono i quintali di ceri che, ininterrottamente, vengono poggiati sulla vara come ex voto; ma sono anche di più i devoti che seguono il corteo trasportando sulle spalle dei ceri accesi lunghi oltre mezzo metro e con pesantezza che può arrivare fino a settanta chili e oltre, pari al peso corporeo della persona che ha ricevuto la grazia. Naturalmente, la cera che si va sciogliendo sui lastroni di lava di cui sono pavimentate le strade della Città, produce degli eventi catastrofici, con aumento di scivoloni e cadute pericolose. La processione si snoderà, ininterrottamente, nei due giorni, per concludersi con il rientro in cattedrale, nella tarda mattinata di giorno sei. Ma la civita non si limita a festeggiare la sua Patrona, solo in questi tre giorni, numerose sono le cerimonie e il programma che apre le celebrazioni. Sono già iniziate il 2 gennaio, con la presentazione in arcivescovato, delle associazioni agatine, degli ordini cavallereschi, i rappresentanti delle candelore e le massime autorità civili ed ecclesiastiche, quali il sindaco, Salvo Pogliese, l’arcivescovo metropolita, Salvatore Gristina, con il presidente del Comitato Organizzatore, Francesco Marano.



 


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