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 domenica 30 dicembre 2018

L'INTERVISTA

Progetto Sicilia nel Mondo con la musica e le tradizioni popolari. Intervista a Pietro Cernuto musicista tra due cuori

di Rosa Maria Lucifora


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Chi abbia sentito un concerto nel quale la molteplice solennità di un grande organo si fonda con i suoi morbidi, versatili, della zampogna, o con quelli flebili del flauto pastorale, allora – com’è successo a me nella Cattedrale di Messina –, sicuramente, ne è rimasto colpito ed emozionato. E magari, si lascia vincere dalla curiosità e vuole saperne di più sul musicista audace che osa l’esecuzione della musica classica con gli strumenti, ai quali il tenace popolo dei Peloritani affida un patrimonio di armonie che gli giunge da una remota, mitica, civiltà: gli strumenti che egli chiama friscalettu e ciaramedda: il flauto pastorale e la zampogna, appunto.

La storia di Pietro Cernuto è una storia che vale la pena ascoltare, perché è semplice e bella, fatta di passione per la musica classica e di duro studio al Conservatorio, di un’eccellenza conquistata con la perseveranza e la dedizione. È la storia di chi, al sassofono della banda militare dell’Esercito Italiano, ha conservato fede al ‘primo amore’: alla musica popolare. È una storia che mi è stata raccontata con la semplicità di chi non è si è insuperbito per gli inviti ai festival, le tournées internazionali, le prestigiose collaborazioni, i riconoscimenti, molti con il gruppo degli Unavantaluna: gli ambasciatori delle tradizioni siciliane nel mondo, che nel 2016 la Regione Sicilia ha premiato – ricordiamo almeno questo – con la “Zagara d’Argento”. Nella mia intervista, comincio da qualche domanda, oserei dire “banale”, ricevendo alcune risposte che, tutto sommato, mi aspetto; altre mi sorprendono. E credo proprio che anche altri resteranno sorpresi. Ma ecco il testo.

Lei è nato e cresciuto nell’ambiente semplice, ‘bucolico’, dei ‘villaggi’ costieri messinesi. Come si trova a Roma?

Ovviamente, mi pesa vivere lontano dal mio paese (Galati Marina), dai miei affetti, ma posso dirmi fortunato di vivere a Roma: mi sono ambientato benissimo, insieme alla mia famiglia. Mi porto dietro le mie radici siciliane, messinesi, con orgoglio, nostalgia, e tanta rabbia quando vedo quante cose dovrebbero cambiare perché la gente stia davvero bene”.

Quali sono stati i suoi esordi nella musica? E quando ha capito che sarebbe stata la sua vita?

Ho fatto i primi passi nella banda musicale di Santo Stefano Medio, con il maestro Carmelo Gennaro: so di dovergli moltissimo sia per la mia formazione musicale che per la mia formazione umana. Con dedizione, pazienza, esperienza, il maestro Gennaro mi ha dato solide basi tecniche grazie alle quali ho potuto intraprendere il mio percorso. Da lui, quando avevo 10 anni, mi portò il mio compianto padre: furono loro a scegliere per me il sassofono, lo strumento che avrei poi suonato per ‘mestiere’. La cosa davvero buffa è che, fino a quel momento, non sapevo neanche cosa fosse.

Un inizio, questo della banda, che mi è sempre rimasto dentro, ed è perciò – penso – che mi sento, davvero, realizzato nella banda dell’Esercito: il mio è un lavoro che richiede impegno e professionalità altissimi, ma che dà anche tante gratificazioni. E tante gratificazioni mi vengono dai gruppi dei quali faccio parte: i ‘Flauti di Toscanini’ con il maestro Totti, i Tamatrio, i Tamburi del Vesuvio, e soprattutto il mio gruppo, gli Unavantaluna: una famiglia posso dire, un gruppo di amici, prima che di musicisti. Del resto, senza l’amicizia, l’esecuzione è senz’anima: il pubblico se ne accorge, tu te ne accorgi”.

E poi torna agli esordi: È stato difficile convincere la sua famiglia a sostenerla nella sua scelta di vista?

La mia famiglia non si è mai opposta! Anzi al contrario. Se ho perseverato e sono riuscito ad andare avanti, a superare difficoltà e scoraggiamento nel lungo cammino, è stato grazie alla mia famiglia, che mi ha aiutato in ogni modo ad affrontare gli studi e i momenti difficili. Loro mi hanno sostenuto quando stavo per mollare tutto e cambiare strada. Le ho già detto che mio padre mi accompagnò di sua iniziativa dal maestro Gennaro, fidandosi del giudizio di mio nonno, Paolo Pellegrino che, aiutato anche da altri anziani di Galati Marina, fu il mio primo maestro di zampogna”.

Il nonno Paolo le ha insegnato anche il friscaletto?

No, no ... quello l’ho imparato da solo, e, infatti, uso una diteggiatura assolutamente personale. Però, un maestro l’ho avuto: il signor Sostene Puglisi mi ha insegnato a costruirlo!”.

Dunque, Pietro Cernuto non solo è un autodidatta del friscalettu, ma conosce anche le tecniche della sua costruzione, molto probabilmente antica di secoli. Ma è venuto il momento di chiedergli qualcosa della sua formazione classica, della sua esperienza con il sax. Mi risponde con la gentilezza e la carica umana che lo caratterizzano, e anche con un pizzico di ironia.

Dove ha conseguito la sua formazione classica? Ricorda qualche maestro in particolare?

Al Corelli, dove mi sono diplomato [e per modestina non aggiunge con il massimo dei voti], sono stato allievo del maestro Vito Soranno che ora insegna al Duni di Matera: un docente di grande valore, e di grande umanità: gli sono molto grato per il suo insegnamento”.

Il sax mi fa pensare al jazz: ce ne sono influenze sulle sue composizioni?

Io e il jazz non ci siamo quasi mai ‘cercati’, anche se per la verità ho suonato tante volte con jazzisti bravissimi. Così, seppure nei miei testi risento di tante influenze, non credo di avere contratto particolari debiti con questa forma di musica”.

Le riesce difficile conciliare la musica delle nostre ‘radici’ con la musica classica?

Sono due mondi diversi, totalmente, amo la musica classica così come le mie radici: le amo ambedue e mi trovo per così dire tra due cuori, però non sento – e credo di averlo fatto capire – la necessità di rinunciare a nessuno dei due. Anche se, a ben pensarci, una cosa in comune ce l’hanno: ti costringono a misurare le forze mentre interpreti, e in qualche modo sono loro a valutarti, a farti capire quanto vali”.

Trova che, attualmente, il clima internazionale sia favorevole a una tutela della musica popolare? A suo dire, le istituzioni, soprattutto quelle locali, potrebbero fare di più e meglio per proteggere gli strumenti della tradizione e valorizzarne il patrimonio di armonie e canti?

Oggi come oggi, il numero di persone che si avvicinano alla musica, e la scelgono come ‘mestiere’ è, decisamente, in crescita. Pensi al numero di CD che si incidono o di gruppi che si formano ... . C’è, quindi, bisogno di aiuto, certamente, e di sensibilità da parte degli amministratori, di iniziative serie allo scopo di promuovere e salvaguardare le nostre tradizioni, non solo quelle musicali. È un fatto di dignità .... Nelle tradizioni c’è la Storia di un popolo!”.

Se potesse fare qualcosa per Messina, da questo punto di vista, cosa farebbe? Ha un sogno professionale nel cassetto? Per esempio, un laboratorio permanente di ciaramedda e friscalettu?

Ah, qui tocca un punto debole!!! Restituirei volentieri quello che ho ricevuto, mi dedicherei con passione a una scuola che perpetuasse la costruzione degli strumenti tradizionali, le tecniche di esecuzione, le armonie, i ritmi .... Una scuola per i piccoli e gli adolescenti, certo! C’è moltissimo da preservare, in tutto il Sud, in tutta la Sicilia, e a Messina – come credo la mia esperienza provi – più che in altre parti ... Sarebbe bellissimo che il Messinese averse più rispetto per sé: invece, per lo più guarda altrove e si disinteressa di tutto quello nostra bellissima città offre o peggio lo disprezza. Da Messinese ‘incallito’ e – se permette – da buddaci io, invece, ne vado fiero e grazie a Dio non sono davvero il solo: così, mi sembra che il mio sogno, oggi, sia meno irrealizzabile che nel passato”.

Che cosa significa “buddaci” lo sappiamo io e lei, perché siamo tutti e due messinesi, ma lo vogliamo spiegare ai lettori che non lo sono?

Ah, vero [e ridiamo]! Il buddaci è il pesce-palla, che si pesca abbastanza di frequente nelle acque dello Stretto di Messina: ha una forma sferica e una grandissima bocca, così noi chiamiamo buddaci noi stessi, per il costume cittadino di parlare molto, e magari a vanvera ...”.

Ma lo vogliamo aggiungere che anche il nostro dialetto è un patrimonio da preservare? Tanto per fare un esempio, buddaci deriva, direttamente, dal Latino ‘bulla’, ossia ‘sfera’, ‘palla’. Grazie dell’intervista e buon 2019, gentile maestro Cernuto.


 


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