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 venerdì 17 febbraio 2017

DISLESSIA

Mio figlio va male a scuola, cosa posso fare?

di Gianluca Lo Presti


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Accade, spesso, che una madre racconti storie simili: “In prima elementare era riluttante nella scrittura e lettura, ma attentissimo nelle spiegazioni, tanto che nell’orale era bravo, ma non riusciva né a leggere né a scrivere”. Che cosa succede? Come può essere che un bambino, anche, se molto sveglio e intelligente, in tante cose possa avere così tante difficoltà nell’apprendimento scolastico?Proviamo con una possibile risposta: la Dislessia. Ma che cos’è la Dislessia?Questa è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) che coinvolge circa il 3-4% dei bambini.

Pensiamo ai cinque bambini che vanno peggio a scuola. Il bambino con DSA potrebbe essere colui che va male a scuola, nonostante non abbia problemi di vista o di udito; non abbia problemi psicologici gravi; non abbia difficoltà nel contesto famiglia e, soprattutto, che abbia un buon funzionamento intellettivo, ovvero, che sia molto intelligente.Che fare? Di certo è meglio rivolgersi ad uno specialista e, in questo caso, secondo l’“Istituto Superiore di Sanità” trattasi di psicologi, neuropsichiatri infantili o logopedisti, ciò per comprendere a fondo la situazione. In tal senso, vorremmo, però, sottolineare ai genitori che il vero problema non è la dislessia, ma quando questa non viene riconosciuta, in quanto i sentimenti d’inadeguatezza, da parte del bambino, possono essere molto evidenti, sino ad arrivare, spesso, a mal di pancia per non andare a scuola.

In Italia vi è un ottimo testo per approfondire questo tipo di problematiche, ovvero, il libro Diagnosi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento Scolastico, di Vio, Tressoldi e Lo Presti (ediz. Erickson).Nel testo vi sono raccolti gli indici tipici, gli errori e le modalità per comprendere a fondo questo tipo di problematiche.Ma cosa posso fare? La Legge 170 dell’8/10/2010 e Decreti Attuativi (MIUR 5669), indicano che è il caso di ridurre il carico di lavoro, prevedere delle modalità di verifica che tengano conto della difficoltà, l’uso di mappe concettuali e di modalità alternative (ma non diverse!) di apprendimento. Facciamo un esempio. Un bambino che produce temi, eccessivamente, corti e poveri di contenuto, si può provare ad interrogarlo, oralmente, per poi dargli un voto sul prodotto scritto. Ciò in quanto la sua difficoltà è nel canale scritto, ma non in quello verbale, in cui, spesso, hanno una mole di argomenti che non ci aspettiamo, con particolari precisi ed accurati, pur avendo una lettura lenta e gravi difficoltà ortografiche.


 


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