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 venerdì 5 ottobre 2018

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Europa si, Europa no, Europa... forse

di Redazione


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Che si volesse creare un’Europa intesa come unico soggetto politico, giuridico e commerciale, fu intuito e progettato da pochi (nella sua fase iniziale) e da molti (nell’imminenza del suo esordio), ma la sua realizzazione pratica non è stata valutata appieno, considerate le evidenti difficoltà emergenti. Mi riferisco al tentativo di uniformare e rendere comuni funzioni legislative, esecutive, giudiziarie, commerciali, di istruzione e via discorrendo. Appariva chiaro che un’Europa comune avrebbe evitato le evidenti frammentazioni fra Stati e che questo si sarebbe trasformato sicuramente in un vantaggio, ma il dotarsi di regole comuni e soprattutto conciliare le varie singolarità per trasformarle in una pluralità vera e organica, appariva tutt’altra cosa; questo obiettivo (di più ampio respiro temporale ed un po’ più complesso) sembrò eludibile semplicemente lasciando le cose così come si presentavano all’ingresso dei paesi membri e consentendo a ciascuno di aderire al progetto, con l’errore fondamentale però di cristallizzarne la peculiare situazione economica d’ingresso senza alcun tentativo di renderla compatibile con quella degli altri partners e cesellando, di fatto, un valore iniziale di riferimento più o meno debitorio e più o meno distante da quella assunto a riferimento (in quel particolare momento storico) dalla Germania.

A lei, dunque, il compito di diventare così biglietto di presentazione dell’emergente Europa unita, con indubbio, implicito (e sottaciuto) vantaggio. Se da un lato non è in discussione la volontà di costituire un unico soggetto europeo, dall’altro ciò ha inevitabilmente compromesso l’indipendenza economica di ogni singolo Stato, trasformandolo da soggetto sovrano, autonomo e gestore della propria economia, a debitore perpetuo fino al raggiungimento di un risanamento contabile che lo riavvicini al primo della classe: da liberi inter pares a diversi fra diversi e il cui destino dipende inequivocabilmente da altri. Come abbiamo fatto a cacciarci in questo vicolo cieco? Semplice: considerando noi stessi un soggetto di caratura inferiore, accettando questo come un dato di fatto e obbedendo alla parola d’ordine del tempo: entrare a tutti i costi, realizzare strenuamente un sogno e anteporlo a tutte le possibili e spiacevolissime conseguenze. Si può anche essere sognatori e ottimisti (posso anche capirlo), ma le intenzioni, a prescindere, devono fare sempre i conti con la realtà per essere valide, accettabili e fattibili.

Un numero è emblematico (1936,27) e ha stigmatizzato nettamente la distanza fra noi e gli altri. Un esempio? In precedenza, con una cifra stimata di 1.500.000 di lire, una famiglia monoreddito riusciva a soddisfare le proprie necessità ed in complesso alimentava una buona domanda interna di consumi; da quel fatidico giorno, la stessa famiglia poteva contare, al cambio, su un reddito complessivo mensile di circa € 800,00: che bellezza! Grazie a coloro che in quel frangente, agendo da posizione privilegiata, vincolavano con tali decisioni il resto della popolazione: complimenti! E non hanno nemmeno preteso che, all’ingresso nella Comunità, tutti i debiti sovrani venissero calcolati in comune (visto che si costituiva una società di nazioni) vale a dire quantificare un minimo comune debitorio uguale per tutti (partendo dalla cifra dello Stato che ne aveva meno in percentuale) e solo le eccedenze (pur significative di qualche stato, e solo quelle) poste a conteggio e risarcimento in tempi e modi da concordare: questo ci avrebbe fornito tutto il tempo per respirare, programmare e organizzare una strategia economica in grado di garantire a noi (nel tempo) una pari dignità fra le altre nazioni (pares inter pares).

Non è stato fatto e le conseguenti dinamiche ci hanno relegato al ruolo di perenni subalterni, ogni giorno obbligati a recepire direttive da chi, in tempi andati, era un pari ruolo. Errare è umano, ma urge adesso un correttivo, stilato e ponderato da illustri economisti che, superando gli egoismi nazionali, sappiano porre fine a tali discrepanze e fornire coerenti direttive comuni nell’interesse collettivo per realizzare così un’Europa delle nazioni equa (dal punto di vista economico e politico) e in grado di divenire modello quasi unico per il resto del mondo.

Giovanni da Messina


 


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