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 martedì 10 aprile 2018

RECENSIONE

INGHIOTTITA: La farfalla d’acciaio di Ducharme

di Tiziana Santoro


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La Casa editrice “La Nuova Frontiera”, coraggiosamente, nel febbraio del 2018 dà alle stampe il romanzo “L’avaléè des avalés” di Réjean Ducharme. Tradotto con grande perizia da Alice da Coseggio e presentato al pubblico col titolo Inghiottita, il romanzo di Ducharme è finalmente accessibile a un’ampia schiera di lettori italiani. Opera d’esordio del venticinquenne autore canadese, “Inghiottita” è stato scritto nel 1966 e incentrato sul “monologo nevrotico” della protagonista Bérénice. Il personaggio è avvincente, spietato, nichilista, autodistruttivo e anticonformista. La nevrosi è la lente deformante attraverso cui interpreta la realtà che la circonda per svelarne i limiti e preservare se stessa. Bérénice è un personaggio antieroico, sprovvisto di una morale comune; conquista il lettore perché non cede mai il passo ad alcuna forma di ipocrisia e non giunge mai a compromessi con le convenzioni sociali.

La protagonista, più maleducata della storia della letteratura, piega ogni logica conformista alla sua volontà, suscitando avversione e disapprovazione in ogni ambito e contesto in cui agisce. Bérénice è tagliente e spietata nel ragionamento, ma Ducharme le mette in bocca parole crude, autenticamente spinose, ma al tempo stesso poetiche e delicate come fiori. Il romanzo di Ducharme schiaffeggia e accarezza il lettore, trasportandolo continuamente dal piano della narrazione cruenta a quello dell’ispirazione poetica. La trama attraversa la vita della protagonista e ripercorre gli eventi principali della sua crescita, dall’infanzia sino all’età adulta, così come lei li riferisce sotto forma di scatti di nervi fulminei. Bérénice è un personaggio in fuga che lotta per non essere inghiottita da un mondo che non accetta. Intorno a lei si agitano figure mediocri: la madre cattolica, il padre ebreo, il fratello Christian, l’amica e alter ego Constance, il rabbino, lo zio e molti altri ancora.

Nessuno di questi ha vita se non attraverso l’inconscio di Bérénice, ciascun personaggio pretende di darle una direzione verso quell’idea di felicità che coincide con i loro schemi mentali, morali e sociali che, tuttavia, sfugge persino a loro stessi. Il falso buonismo dei personaggi è continuamente messo alla prova dai comportamenti di Bérénice, il cui unico scopo è vivere libera, anche a costo di dover distruggere ogni legame con chi dice di amarla. Secondo la logica conformista, la protagonista è affetta da nevrosi, ma nell’ottica di Bérénice i veri malati sono coloro che la circondano: la madre prigioniera di un matrimonio che la costringe in un ruolo in cui non si riconosce; il padre che le impone il proprio credo religioso per fare dispetto a una moglie che tradisce, ma non vuole lasciare andare; Christian il “fratello molle” che non soddisfa i suoi bisogni perché è troppo intento ad assecondare l’amata madre cattolica e persino lo zio maschilista che ha la presunzione di controllare e gestire le persone come fossero l’azienda di famiglia.

Ciascuno è schiavo di qualcosa e mente a se stesso e agli altri solo per preservarsi, per trovare un riparo che gli suggerisca un’illusione di benessere. In questo gioco di opposti schieramenti, in cui non c’è posto nemmeno per l’amore autentico, il desiderio di vivere di Bérénice regna sovrano e umilia costantemente l’ipocrisia e il conformismo sociale. La nevrosi di Bérénice è per lei la cura che tiene lontano gli altri, che fa in modo che lei sia e rimanga “una farfalla lontana” anche quando provano a tenerla in mano. La solitudine è per la protagonista un palazzo, un sole, una roccaforte attraverso cui si ricrea, si rimette al mondo. Bérénice si crede figlia di se stessa, una statua che si adopera per cambiarsi, che si scolpisce da sé in qualcos’altro ed esige di essere ciò che vuole. Il suo desiderio di morte, i deliri notturni, il rifiuto del cibo, sono per la protagonista espressione e sete di vivere, agire, cambiare oltre ogni convenzione e limite, infatti così si esprime: “(…) non resterò qui a tagliare pietre dalla noia e a farle rotolare dalla noia.Non sono una di quelli che costruiscono cattedrali. Sono piuttosto di quelli che muoiono dalla voglia di espandersi su tutta la distesa del cielo, come l’azzurro”.

Bérénice nella sua sete d’infinito è sempre sola, gli esseri umani le appaiono come cani ammaestrati e persino l’amore non è che un’idea, una costruzione della coscienza priva di verità. Perennemente in viaggio dall’isola natia verso la California, New York e Israele, Bérénice rivela più volte la sua smania di cambiamento: “Io devo fuggire come un ladro e non ho preso altro se non la mia vita”. Nella sua corsa, la protagonista non cerca riparo ma immensità: “Un rifugio, per quanto sicuro possa essere, non è forse una gabbia, una prigione, un sotterraneo buio e viscido? Ho più voglia della vita nella sua devastatrice immensità che dei trinceramenti dolci e affollati che ci hanno costruito. Una baia non mi dice niente. Ho bisogno di tutto il continente, di tutti i continenti (…) voglio essere inghiottita da tutto, non fosse altro che per uscirne fuori. Voglio essere attaccata da tutto ciò che ha delle armi”.

Ducharme conclude il romanzo in modo geniale con un paradosso beffardo. In un contesto di sfida tra falsi eroi e una nevrotica-savia, l’atto finale è scandito da Bérénice che per trarsi in salvo, durante una sparatoria, si fa scudo col corpo di una compagna, ma dichiara di essere sopravvissuta perché l’amica ha scelto di proteggerla sacrificando se stessa. Bérénice l’ha fatta franca ancora una volta, ha sfidato gli eventi, si è spinta oltre il limite e ne è uscita indenne, complice il bisogno d’illusione degli uomini. Lucidissima nel commentare l’accaduto, afferma lapidaria: “Mi hanno creduto. Avevano giustappunto bisogno di eroine”. In un contesto di maldicenti che si nutrono di illusioni e si compiacciono delle proprie regole, persino nell’ultimo rigo, Bérénice trova il modo per appartenere a se stessa, per afferrare la vita, per essere e determinare il suo destino.

In 333 pagine da leggere in una notte, tutte d’un fiato, Ducharme ha consegnato ai lettori un personaggio-capolavoro, una “farfalla d’acciaio” che attraversa i limiti umani, che rielabora i sentimenti, l’amore, la morte, le convenzioni, che mette in crisi se stessa e il sistema, certa sempre di essere Bérénice “la regina delle valigie”, convinta che ovunque si trovi ci sia sempre qualcosa di grande da intraprendere e di impossibile da fare.


 


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