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 mercoledì 3 gennaio 2018

TEATRO DI MESSINA

Messina – L’anniversario del terremoto del 1908 è di scena

di Tiziana Santoro


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In occasione dell’anniversario del maremoto del 1908 che distrusse la Città di Messina, l’Associazione “Guide Turistiche Eolie Messina Taormina”, in collaborazione con l’Ente Teatro di Messina, ha promosso una giornata dedicata alla riscoperta del Teatro Vittorio Emanuele dal titolo “Guida all’inedito. Viaggio alla scoperta del Teatro di Messina”.Guide esperte hanno ideato un percorso che, a partire dall’osservazione della facciata e degli spazi prospicienti l’ingresso della struttura, cuce un iter culturale attraverso digressioni storiche per ricostruire la frammentata e discussa identità della Città dello Stretto, contraddistinta da diverse dominazioni storiche e fulcro di differenti culture. Prima di accedere all’interno della struttura, ciò che colpisce i visitatori è l’istallazione “L’abbraccio dell’angelo” di recentissima ideazione e il tondo marmoreo del 2008.

Quest’ultimo, è un mosaico dal diametro di 4 metri, che riproduce la pianta della Città secondo il piano di ricostruzione Borzì. Per la realizzazione, sono stati usati marmi pregiati provenienti da diversi territori della Sicilia. Il granito azzurro è stato scelto per rappresentare il mare, la pietra gialla di Mistretta, il basalto scuro dell’Etna, la pietra locale di San Marco d’Alunzio danno corpo agli edifici presenti sulla pianta.Più imponente, si erge il Teatro Vittorio Emanuele. La struttura, sorta su una sorgiva nel lontano 1838 per volontà di Ferdinando II di Borbone e in onore della madre Maria Isabella, successivamente, ha subito danni strutturali di lieve entità a causa del terremoto del 1908. L’architettura e il volume, rimasti miracolosamente intatti, hanno subito solo qualche danneggiamento dovuto al crollo degli edifici adiacenti. Il soffitto, sfondato e pericolante, è stato definitivamente ferito dall’esplosione di una bomba durante il secondo conflitto mondiale. I maggiori danni al teatro, dedicato al re Vittorio Emanuele solo all’indomani dell’unità d’Italia, sono, dunque, postumi e in buona parte dovuti ad azioni di sciacallaggio e all’incuria dell’amministrazione municipale.

Il progetto originario era stato affidato dal toscano Antonio Niccolini, architetto del Teatro San Carlo di Napoli, al napoletano Pietro Valente, che realizzò una struttura polivalente. Il Teatro Vittorio Emanuele, come il San Carlo di Napoli, presenta un impianto centrale a ferro di cavallo, 5 ordini di palchi ed è circondato a livelli diversi da sale. In origine, ciascuno spazio presentava funzioni diverse, in cui la ricca borghesia mercantile ostentava potere e amava rappresentare se stessa. Prima ancora che Wagner dettasse le regole dell’ascolto concentrato, la borghesia si incontrava in teatro per gustare il sorbetto, discutere, danzare, dare ricevimenti. Accadeva che i cantanti interrompessero le rappresentazioni con assoli da virtuosi, per strappare un applauso al pubblico distratto.

L’attuale Sala Mostre era un “appartamento a uso trattoria”, il foyer era considerato un “appartamento di compagnia”. Nei locali del teatro, erano previsti anche la Borsa di Commercio, il Casino della borsa, il Gabinetto di lettura, la Sala del biliardo e del ristoro. Ogni ambiente godeva di un accesso esterno e autonomo. Ancora oggi, il teatro esternamente si configura come una struttura dal corpo avanzato, con un portico di tre arcate, di gusto neoclassico e che s’innalza su tre piani; tuttavia, non ha conservato la struttura interna tipica dei “teatri all’italiana”. L’elevazione centrale dell’attico, dove in principio vi era un grande orologio, presenta il complesso marmoreo realizzato dallo scultore messinese Saro Zagari e denominato “Tempo che scopre la verità”.

Il tempo è rappresentato da una figura alata che reca in mano una clessidra e scopre la verità. Fa parte del complesso anche una statua che rappresenta la Città di Messina mentre si appresta ad abbracciare la verità. All’interno del foyer – rivela la guida – è difficile distinguere gli stucchi e le decorazioni originarie dalle ricostruzioni, certamente originario è il decoro floreale annerito dallo scoppio di un ordigno bellico. Le erme autentiche e di neoclassica bellezza, invece, potrebbero essere proprietà privata di “ignoti” cittadini.Durante il percorso, i visitatori sono stati attratti dall’esposizione di anfore dell’età del bronzo, rinvenute nell’area che ospita la Casa dello studente negli anni ‘90 ed esposte in occasione di una mostra nel ‘97; attualmente, sono ancora conservate presso il Teatro Vittorio Emanuele per testimoniare le radici della Città. Le anfore, di diversa tipologia e imboccatura, non riproducono uno standard preciso, ma rammentano l’antica usanza di seppellire i defunti e preservarli dagli agenti atmosferici.

Prima di congedare i visitatori, la guida si è soffermata a descrivere il soffitto composto da pannelli dipinti da Renato Guttuso. Oggetto della rappresentazione è la leggenda di Colapesce: pescatore e creatura un po’ umana, un po’ marina capace di immergersi a notevole profondità. Si narra che Federico II ne mise più volte alla prova l’abilità e che il povero Colapesce non sia più riemerso in superficie. A qualcuno, piace pensare che il pescatore si sia trattenuto negli abissi per sorreggere la Sicilia e per impedire che si inabissasse. Altri pensano, invece, che Colapesce sia ancora alla ricerca dell’anello di smeraldo gettato da Federico II. Il racconto popolare si fonde con l’esperienza autobiografica del pittore, che nei volti delle sirene ha raffigurato la moglie defunta e la nota amante Marta Marzotto.

A questo punto della visita, prima dei consueti ringraziamenti e del congedo, la guida e i visitatori si sono intrattenuti brevemente per rammentare diverse versioni della leggenda della fata Morgana e della sua presenza e influenza sui fenomeni dello Stretto di Messina. Portatrice di nebbia per alcuni, artefice di fenomeni ottici per altri, questa figura è forse la più rappresentativa della fascinazione che lo Stretto esercita ancora oggi.


 


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