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 mercoledì 2 marzo 2016

I TESORI DELLA CITTÀ DI MESSINA

Gli scavi della Chiesa di San Giacomo: in attesa di decoro

di Lally Famà


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Riaffiora dal sottosuolo uno spaccato della nostra vetusta “Città sotterranea”, ai piedi del Duomo di Messina, proprio dietro le absidi, che ha riportato alla luce un’importante opera, la stessa porta il nome di Chiesa di S. Giacomo. Risalente al periodo medievale (la datazione è riconducibile, con larga approssimazione, all’interno del XIII Secolo) non presenta grandi dimensioni e, nel periodo succitato, fu famosa tra i Messinesi per la presenza dell’immagine della “Madonna dell’Indirizzo”. Importante punto di devozione, si narra che custodisse la Madonna Odigitria (dal greco antico ὸδηγήτρια, colei che istruisce, che mostra la direzione) e che fu trasferita, verso l’anno 1330, dalla sede originaria del Duomo in S. Giacomo per volontà di monsignor Guidotto, l’arcivescovo di Messina dell’epoca. È ovvio che nessuno di noi ha avuto mai la fortuna di poter conoscere Messina com’era un tempo, ma la città era davvero bella con i suoi antichi monumenti e vecchi palazzi, con i suoi portici che si muovevano dalla statua del Nettuno lungo la litoranea, e tanto, ma tanto altro ancora.

Messina fu ricostruita, dopo il disastroso terremoto dell’8 dicembre 1908, 3 metri sopra il livello del mare, proprio per garantire una maggiore sicurezza ai cittadini, motivo per cui essa giace ancora sotto i nostri piedi. Solo durante alcuni lavori di scavo di qualche anno fa (campagne di scavo 2000 e 2005), allestiti per eliminare la presenza di acqua piovana che si raccoglieva nella parte posteriore del duomo, fu rinvenuto l’antico costrutto medievale. La chiesetta, dopo il terremoto su menzionato, non aveva mai più veduto la luce e, dall’inizio dei lavori suddetti, ormai sono trascorsi già diversi anni, tutto risulta, a tutt’oggi, visibilmente abbandonato e dimenticato e, sicuramente, lo stesso meriterebbe più visibilità. I lavori di scavo non sono mai stati portati a giusto termine. Così gran parte di resti normanni se ne rimangono ancora sepolti e tutto appare ricoperto, costantemente, da “erbacce”.

Quasi a monte del ritrovamento sorge una “fontana” che, a causa dei lavori di scavo è stata prima spostata, successivamente re-interrata e, quindi, mai più esposta come tale. La stessa è la gemella della vicina “fontana dei quattro cavallucci”, sita anch’essa in largo San Giacomo. Le due vasche in marmo bianco facevano parte del complesso monumentale dell’antica piazza di Santa Maria La Porta, oggi scomparsa (attuale largo Seguenza). All’origine le fontane erano quattro identiche e disposte una di fronte all’altra. Nella parte superiore v’era una statua in marmo raffigurante un putto che cavalcava un cavallo marino. Le stesse furono scolpite dal catanese Giovan Battista Marino su disegno di Gaetano Ungaro. Da qui il nome popolare “fontane di quattru cavadduzzi”.

La Chiesa si trovava in un quartiere importante della città di allora, tra “Amalfitania” e “Tarsianato”, essa apparteneva alla contrada di Castellammare, che prendeva il nome dalla Chiesa di Santa Maria Annunziata (di Castellammare), oggi Chiesa dei Catalani. Nella stradina adiacente il duomo (largo S. Giacomo) vi scorreva un fiume (dall’omonimo nome), dove finivano spesso i rifiuti dei cittadini del tempo, il cui tratto era, con ogni probabilità, una diramazione del Portalegni (attuale via Tommaso Cannizzaro), nel 1548 deviato verso Maregrosso. Da lungo tempo, ormai, i cittadini, anche con petizioni popolari, si battono (per il momento, invano!) per la riqualificazione del sito, con la speranza che lo stesso possa, finalmente, apparire, anche agli occhi del turista, un fiore all’occhiello di quella vetusta e, quasi, dimenticata Messina.


 


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