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 martedì 24 ottobre 2017

RECENSIONE

Sofia si veste sempre di nero: storia di un personaggio inafferrabile

di Tiziana Santoro


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Paolo Cognetti (nella foto) è l’autore di “Sofia si veste sempre di nero”, un romanzo in cui si incastrano 10 racconti autonomi che ruotano tutti intorno alla protagonista. Il lettore inseguirà Sofia dalla prima all’ultima pagina dell’intero libro, ma dovrà rassegnarsi a perderne le tracce, perché Sofia pratica l’arte della fuga con perizia. La protagonista irrompe nella vita delle persone che incontra, influenza le loro esistenze e poi si dissolve nel nulla. Chi è Sofia? Che fine ha fatto? Non lo saprà mai nessuno, ciò che rimane di lei sono frammenti, episodi, intuizioni che gli altri personaggi riportano. Il ritratto di Sofia è sempre sfumato, incompleto, labile. Cognetti si limita a definire il contesto storico e l’ambiente borghese in cui Sofia nasce e da cui probabilmente scappa.

Persino i personaggi vengono delineati puntigliosamente, ciascuno con una propria storia personale e un proprio profilo psicologico, potrebbero essere a loro volta protagonisti di un racconto autonomo. C’è il padre di Sofia, morto di tumore, che si barcamena tra una moglie problematica e un’amante risoluta; la madre Rossana sempre sull’orlo di una crisi di nervi, definita una “porta chiusa” e inaccessibile; la zia Marta, antitesi del fratello cattolico e rivoluzionaria impenitente; infine, ci sono i numerosi amanti di Sofia, una schiera di artisti problematici: Pietro, Nathan, Juri, Leo, tutti eternamente affascinati da lei, ma incapaci di trattenerla. Una cosa è certa, sopravvissuta a fatica durante il momento del parto, per Sofia la nascita è da subito “una nave che parte per la guerra”. Il primo insanabile conflitto lo vive in casa è quello tra i genitori perennemente in crisi matrimoniale.

Le tensioni nella sua famiglia implodono, persino il padre cattolico e la zia comunista hanno vissuto cercando la felicità nel futuro, ma Sofia vuole essere felice nel presente e per questo deve superare la sua “filosofia del dolore”, guarire dall’anoressia, sopravvivere al tentativo di suicidio. Sofia è figlia più del suo tempo che dei suoi cari: si sente come una mongolfiera in gabbia e ritaglia per sé spazi interstellari in cui non entrare in collisione con nessuno. Sofia ha un’intelligenza viva, non sa fare, ma sa imparare e ha capito che la sua felicità passa attraverso la conquista della libertà. Questo è l’insegnamento della zia Marta, che l’ha accolta in casa sua, per restituirla alla vita e alle sue passione più grande: il teatro. Sofia crescendo impara ad assecondare il suo talento, studia per diventare attrice, si abbandona al flusso della vita e quando intuisce la fine delle cose, scappa altrove.

Quello di Sofia è un nomadismo geografico e affettivo, nella sua vita tutto è in perenne mutamento: città, lavoro, persone. Tuttavia, nessun addio è indelebile nella sua mente, nemmeno la morte del padre, perché Sofia fugge, ma il ricordo che le rimane è solo l’istante che precede l’addio. Sofia sparisce e non saluta nemmeno, quando cambia vita chiude la porta con la disinvoltura di chi entra nella stanza accanto, di lei rimangono gli oggetti disseminati nelle case in cui ha abitato e l’emozione con cui ha travolto le vite degli altri. Sofia viaggia sempre leggera, la sua unica casa è la vasca da bagno, luogo in cui si rilassa e dialoga con se stessa. La protagonista è come un gas che si espande, riempie, spesso ingombra, talvolta ispira. Il ritratto più puntuale che sopravvive di lei è quello fatto dalla zia, con cui ha vissuto.

Per Marta, Sofia è la sua “nipotina asimmetrica”: ironica, spavalda, sorridente, aggressiva quando prova a farsi strada da sola e si mostra in pubblico; seria, diffidente, minacciosa e schiva quando riflette sulla vita e se stessa. Le sue due identità sono perennemente in conflitto: l’una la tira per correre avanti, l’altra punta i piedi e la inchioda. Sofia crescendo imparerà a essere maestra e allieva della sua vita. L’amore inteso in senso assoluto, come fusione con l’altro e non semplice compagnia tra due persone diverse, avrà sempre un risvolto deludente e Sofia finirà per scegliere il viaggio e il cambiamento. L’amore rimarrà per lei eternamente nella pancia, un vecchio cane cieco che le manca da quando è andata via da casa.

Ciò che rimane di Sofia è una foto in cui è sempre sola e un film incompiuto. Per il lettore, che per ben 199 pagine si è sforzato di cercare Sofia e di dare unicità alla sua psicologia e alla sua vita, ecco la rivelazione: e se il regista Juri fosse lo stesso Cognetti? A sentir parlare il personaggio del suo film, sembra di udire, presumibilmente, Cognetti che recensisce se stesso: “ molte immagini erano belle …. anzi erano vere. Ma stavano dentro al film come un mucchio di fotografie in una scatola: potevi fermarti a guardarne una e ignorare le altre, o sparpagliarle per terra inventando una trama tua, tanto una trama non c’era, c’erano solo la bellezza e il caso. (…). È un lavoro pieno di idee, di gusto estetico, di pensiero e soprattutto di vita. Ma non va da nessuna parte”.

La trama di Cognetti è piena di buchi, l’autore rinuncia al racconto organico, gli interessa ciò che rimane fuori dall’inquadratura. Quando il romanzo è compiuto e Sofia sparisce improvvisamente, anche Pietro e Juri rimangono da soli a fantasticare sulla fine che può aver fatto. In conclusione, persino i due amici rinunciano a formulare nuove ipotesi, perché Sofia è predestinata a vivere nei “momenti speciali” e a ispirare le vite delle persone che incontra. 


 


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