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 sabato 19 agosto 2017

SPIRITUALITÀ E CULTURA: FATTI, IDEE, DOCUMENTI

Il Padre nostro: i problemi posti della traduzione italiana del testo di Matteo illustrati dal professor Michele Bandini

di Michele Bandini


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La recente traduzione ufficiale dei vangeli, pubblicata dalla CEI nel 2008, ha sollevato in questi anni un’ampia discussione tra i fedeli, modificando il testo dello stesso “Padre nostro” che tutti eravamo abituati a pronunciare nella liturgia comunitaria e nella preghiera personale. Che vi sia stata discussione è un fatto positivo: siamo stati indotti a riflettere nuovamente su parole forse ormai opacizzate dall’abitudine, e si è diffusa la giusta consapevolezza che di uno stesso testo si possono dare, entro certi limiti, più traduzioni. L’approfondimento degli studi su un testo, il modificarsi, nel tempo, degli usi linguistici italiani impongono periodicamente nuove traduzioni; era, dunque, giusto proporre una nuova versione ufficiale che sostituisse la precedente, pubblicata dalla CEI alla fine del 1971. Ciò non significa che ogni nuova traduzione rappresenti sempre, in ogni sua parte, un progresso o che ogni traduzione si equivalga. Ho accolto, dunque, volentieri l’invito a pubblicare su FiloDirettoNews.it alcune brevi considerazioni in merito alla traduzione italiana del “Padre nostro”. Fondo le mie osservazioni, com’è naturale, sul testo originale greco, non sul latino, che è anch’esso una traduzione; e mi riferisco al testo adoperato nella liturgia, cioè quello testimoniato da Matteo (6,9-13), e non a quello più breve di Luca (11,2-4).

“Il pane di domani”

I primi due versetti (6,9-10) non sono problematici dal punto di vista linguistico. Si può osservare, magari, che il plurale uranòi, “cieli”, a 6,9 è un semitismo (il termine ebraico per “cielo” è un plurale tantum); lo si può conservare, ma lo si può anche, del tutto legittimamente, tradurre con il singolare: “Padre nostro che sei in cielo”. Alla fine di 6,10, “come in cielo così in terra”, una resa con “sulla terra” sarebbe più fedele alla preposizione greca (epì). Ma queste sono minuzie. Il primo punto che ha creato vero imbarazzo negli esegeti è la richiesta del pane epiúsios (6,11); molto si è discusso nei secoli sul significato di questo aggettivo. Vi è stato chi lo ha inteso come “necessario” o anche chi ha voluto scorgervi un pane “soprannaturale”. In realtà, l’aggettivo deriva dal participio sostantivato he epiúsa (sottinteso hemèra), “l’indomani”, attestato più volte nella koinè, vale a dire nel greco quale era parlato in età ellenistica e anche al tempo degli evangelisti. La traduzione più letterale, dunque, sarebbe “dacci oggi il nostro pane di domani”: il cristiano chiede di giorno in giorno il necessario per vivere; non accumula, come l’uomo ricco della parabola di Luca (12,16-21), beni “per molti anni”; chiede al Padre di potersi coricare sapendo di avere almeno il pane per l’indomani. Ancor più esplicito, del resto, è qui il testo di Luca (11,3): “dacci giorno per giorno il nostro pane di domani”. La traduzione con “quotidiano”, accolta in entrambe le versioni ufficiali della CEI, è, dunque, nella sostanza corretta, ma non del tutto precisa.

“Rimetti anche a noi i nostri debiti”!

Al versetto 12 la nuova versione CEI (“rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”) ritocca lievemente la precedente (“rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”). L’aggiunta di «anche» è senz’altro giusta (il greco ha kài hemèis, “anche noi”). Impreciso è, tuttavia, in entrambe le versioni, il “rimettiamo”: il greco qui ha un tempo passato (“li abbiamo rimessi”). La nostra riconciliazione con il prossimo deve precedere la riconciliazione con Dio: cfr. anche Mt 5,23-24 (“Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”). È chiaro che il perdono dell’uomo verso il suo prossimo non è il modello del perdono di Dio (idea che sarebbe irriverente); ne è, tuttavia, il presupposto necessario: cfr. Mt 7,2 “con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi”.

“E non ci indurre in tentazione”...

La discussione più vivace, in questi ultimi tempi, ha riguardato la resa del versetto 13: il “non ci indurre in tentazione” della versione del 1971 è divenuto nella nuova versione ufficiale “non abbandonarci alla tentazione”. Si è voluto chiarire, in tal modo, che la tentazione non viene da Dio, ed evitare così l’affacciarsi alla mente del fedele dell’idea di Dio come possibile tentatore. Occorre dire, tuttavia, che la resa con “non abbandonarci” appare una forzatura nei confronti del testo greco, il cui rispetto non deve mai venir meno. Certo, l’espressione greca può apparire dura; ma il cristianesimo, come l’ebraismo, riconduce tutto a Dio, sia il bene, da Lui voluto, sia il male, da Lui permesso; Dio non induce l’uomo al male, ma può permettere che sia messo alla prova di fronte a tentazioni del demonio (basti ricordare il Prologo del Libro di Giobbe). Una traduzione meno dura di quella del 1971, ma al contempo rispettosa del testo greco, potrebbe essere “non esporci alla tentazione” o “non esporci alla prova”: Gesù, consapevole della fragilità dell’uomo, ci insegna a chiedere al Padre di preservarci, se possibile, dalle tentazioni, dalle occasioni di male.

“Ma liberaci dal Maligno”!

Anche la conclusione della preghiera dà motivo ad un paio di osservazioni. Qui entrambe le versioni ufficiali CEI coincidono: “ma liberaci dal male”; e, tuttavia, questa resa non appare del tutto soddisfacente. Per quanto riguarda il verbo, “salvaci” o “preservaci” sarebbe una traduzione più fedele, e non vedo perché non la si possa mantenere. Nell’espressione conclusiva, poi, il greco tù ponerù è da intendersi, con ogni probabilità, non come un neutro (“dal male”), ma come un maschile (“dal Maligno”). Ripetutamente, in Matteo, il demonio è chiamato ho poneròs, “il Maligno”: cfr. Mt 5,37 “il resto viene dal Maligno (ek tù ponerù)”, Mt 13,19 “Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno (ho poneròs) e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore”; Mt 13, 38 “La zizzania sono i figli del Maligno (tù ponerù)”. Come ha insegnato a pregare ai suoi discepoli, allo stesso modo Gesù pregò il Padre per loro: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno” (Gv 17, 15).

“Pregate dunque così”:

Padre nostro che sei nei cieli (o in cielo), sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così sulla terra. Dacci oggi il nostro pane di domani, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; e non esporci alla tentazione (o alla prova), ma preservaci dal Maligno.

L’Autore

Michele Bandini insegna Letteratura Cristiana Antica all’Università della Basilicata. Filologo Classico serissimo, di fama internazionale, specialista di Patristica greca, è fervente cattolico: ha, perciò, risposto con prontezza alla richiesta di esporre ai lettori di FiloDirettoNews il disagio degli “addetti ai lavori” di fronte a traduzioni ufficiali del Padre Nostro affatto rispondenti al testo greco: che, perduta la redazione ebraica, è il primo stadio per noi della preghiera che Gesù stesso ci ha lasciato. Di qui, la rilevanza della questione e la necessità di contrastare la tendenza a ufficializzare traduzioni, comprensibilmente, ispirate al desiderio di variare e innovare le vecchie, e, tuttavia, inadeguate perché non del tutto rispettose dell’autenticità della Parola. Questo non è certo il solo caso, ma a noi è parso il più notevole e, dunque, il più meritevole di essere segnalato qui.


 


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