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 venerdì 28 luglio 2017

IL TACCUINO DI NUCCIO FAVA

Non servono risentimenti e antipatie ma analisi severa della realtà e delle sfide

di Nuccio Fava


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Mentre si conclude, in modo non entusiasmante, la battaglia di Montecitorio per i nuovi trattamenti pensionistici dei parlamentari, emerge il suo carattere di foglia di fico rispetto al problema di fondo: la moralizzazione della politica, la lotta concreta alla corruzione pervasiva nella concessione degli appalti delle opere grandi e piccole, nei concorsi, nei servizi come “Mafia Capitale” ha mostrato, fuori di ogni dubbio, e che le cronache di malaffare mostrano giorno per giorno. Tutte le forze politiche si guardano bene dall’affrontare il nodo centrale della questione costituito dalla mancata disciplina dei partiti secondo la Costituzione.

Richiede metodo democratico all’interno, a garanzia dei cittadini che possono organizzarsi in partiti per concorrere – con metodo democratico appunto – alla definizione della politica nazionale. Si sono cercate scorciatoie come le primarie controllate di fatto dagli stessi protagonisti e dalle rispettive tifoserie con un calo progressivo di partecipazione e un risultato scontato. La responsabilità di questa grave omissione riguarda tutti con l’aggravante non da poco per il partito democratico e il suo leader che ha sostituito di fatto la Leopolda, platea esultante alle esternazioni del leader e all’ulteriore personalizzazione essenzialmente mediatica. Aggirando il serio problema del finanziamento della politica escluso demagogicamente alle forze politiche e dirottato ai gruppi parlamentari che ne dispongono a loro gradimento.

Lo si è visto con le ultime sentenze sulla Lega ai tempi di Bossi e famiglia, mentre nessuna disciplina seria è stata approntata per fare luce e regolare, efficacemente, la materia opaca delle fondazioni. Su questo terreno, se adeguatamente rappresentato alla pubblica opinione, si mostrerebbe una concreta testimonianza di un vero impegno di moralizzazione, di una finalizzazione non retorica dell’impegno politico al bene comune, con trasparenza e garanzia di controlli adeguati, tanto a livello centrale che periferico. Sono temi che la nuova sinistra di governo dovrebbe porre al centro della propria agenda insieme all’atteggiamento di responsabilità nazionale verso il governo Gentiloni e le sue impegnative scadenze interne e internazionali, europee e mediterranee. Non servono risentimenti e antipatie, ma analisi severe della realtà e delle sfide.

Pisapia non può ignorare quello che è accaduto nel Pd con l’uscita del gruppo di Bersani, il disagio manifestato anche all’interno dello schieramento che l’ha sostenuto e la domanda di cambiamento che si percepisce anche alla periferia del partito. Il segretario si ostina a non compiere alcuna analisi critica e autocritica, a persistere nel suo andare avanti da cavaliere solitario senza macchia e unico portatore della bandiera del riscatto. Non si capisce perché, dopo la sconfitta del referendum e la sconfitta elettorale alle amministrative con una collocazione di oltre due punti dietro ai 5stelle, l’ostinata riproposizione della linea renziana dovrebbe risultare convincente e vincente in grado di assicurare un futuro all’attuale Pd.

L’interrogativo dovrebbe risultare addirittura retorico, in ogni caso ineludibile e Pisapia non può nascondersi dietro argomentazioni di galateo e di buone maniere che non c’entrano neppure con i risentimenti da antipatia. Sarebbe grave se si trattasse di una manfrina per sottrarsi alle responsabilità di costruire un nuovo centrosinistra di governo, di cui c’è sempre più urgente bisogno in assenza di una strategia siffatta, si riporterebbe l’Italia sotto l’egemonia del ringalluzzito Berlusconi che si propone già come il ritrovato salvatore della patria.


 


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