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 venerdì 21 luglio 2017

SPIRITUALITÀ E CULTURA

Rubrica di fatti, idee, documenti, curata da Rosa Maria Lucifora

di Rosa Maria Lucifora


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La rubrica esordisce con le “Riflessioni ad alta voce” dell’Arcivescovo Santo Rocco Gangemi: sintesi dell’affascinante conferenza tenuta lo scorso 21 aprile, a Messina, presso la Chiesa ‘dei Catalani’, su un tema attuale e scottante: il confronto con l’Islam. Porremo tra virgolette le parole testualmente pronunciate dal relatore, alternandole con una nostra parafrasi: rivolgendosi alla Redazione di Filodirettonews, chi lo desideri potrà ottenere il testo del discorso nella più ampia forma elaborata dal relatore stesso: a lui, per il contributo intellettuale e la cortese disponibilità nei confronti del nostro giornale un sentito grazie! E, soprattutto, grazie per la fermezza dottrinale, la dedizione al servitium, la sollecitudine per gli ultimi e gli afflitti, con i quali egli svolge il suo ministero pastorale.


1. Una premessa necessaria

Nunzio Apostolico in Guinea e Mali, territori nei quali l’Islam è dominante, Mons. Gangemi si definisce con modestia un «pragmatico», un «non esperto». Ma, mentre rinvia agli “oltre 900 Documenti che, da Giovanni XXIII a Francesco, trattano dell'argomento in modo sistematico, pastorale, metodico, scientifico”, se ne mostra profondo conoscitore. E ciò, del resto, è naturale per chi, a servizio della Diplomazia Vaticana da circa un trentennio, ha sperimentato le realtà musulmane nella loro varietà e disomogeneità. In breve, ma con grande competenza, egli dà conto di un tormentato quadro che include la teocrazia illuminata del Marocco, dove di recente è stato sancito il principio della tolleranza religiosa; l’eguaglianza teorica davanti alla legge fra Musulmani e Cristiani in Egitto; il laicismo dei governi di Guinea e Mali, sedi, appunto, della sua Nunziatura: qui, però, la convivenza tra Cristianesimo e Islam (di tradizione sunnita) trova un aggravio di criticità, a causa degli scontri fra etnie rivali.


2. Un archetipo: il dialogo nel Giardino dell’Eden

Nella tradizione ebraico-cristiana, è evidente che Dio per primo dà avvio al dialogo con l’uomo, muove i suoi passi verso di lui. Il primo dialogo nasce con la creazione e purtroppo ha l'epilogo che tutti conosciamo, con il peccato e la conseguente cacciata dal Paradiso terrestre. Tuttavia Dio non si dà per vinto né si ammutolisce, continua a dialogare fino ad inviare a noi la Sua stessa Parola, per riallacciare il discorso con l'uomo lì dove il peccato lo aveva irrimediabilmente compromesso. L'agire di Dio illumina e rafforza, riempendolo di significato, l'agire della Chiesa. Il dialogo non è quindi una fatalità alla quale bisogna far fronte, un sillogismo andato a male o, ancora peggio, un segno di debolezza, ma speranza e riconoscimento di un dono gratuito di Dio”.

Naturalmente, perché la Chiesa acquisisse contezza di questo, sono occorsi un lungo tempoe un lungo cammino, è dunque imperativo che non valutiamo il passato con «gli occhiali» del presente, e impariamo piuttosto a leggere i segni dei tempi. «Come ci ricordava il saggio QoeletPer ogni cosa c'è il suo momento, il suo momento per ogni faccenda sotto il cielo”.


3. Gli inizi conciliari

Uno sguardo al problema in prospettiva diacronica convince che, nonostante i conflitti e i malintesi, si fa sempre più evidente la volontà di confronto: dal primo quarto del XX secolo, e più distintamente “nel clima del Concilio Vaticano II”, essa produsse “l’allacciamento di relazioni diplomatiche con Paesi di origine o a maggioranza musulmana”, e quindi alla nascita di Internunziature. Così in Liberia, Egitto, Libano, Indonesia, Pakistan, Iran e Siria; intanto, Giovanni XXIII «tende la mano al lontano», annunciando un punto centrale nel Pontificato di Paolo VI, nuovo “Apostolo delle Genti”: “si è iniziata così ufficialmente, nella Chiesa cattolica, la strada del dialogo, compreso con le religioni non cristiane”. “La ‘Nostra aetate’ spiega bene che la ragion d’essere di queste relazioni è l’unità della famiglia umana, non solo in senso dia-logico, ma anche in senso teo-logico. Unità nell’origine, unità nel fine ultimo, e unità nella “riconciliazione” e nella salvezza realizzata nella storia da Gesù Cristo, unico Salvatore del genere umano”.

Ed ecco che “il dialogo si è imposto come uno stile nuovo nella missione evangelizzatrice della Chiesa”, e che alla sua «missione ... nel mondo si spalancano nuovi orizzonti». Ormai, “le religioni non cristiane non dovevano più essere considerate come concorrenti o come ostacoli all’evangelizzazione, ma come zone di vivo e rispettoso interesse, nonché di un’amicizia futura e già cominciata”.

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4.Lo scopo del dialogo

Paolo VI era persuaso, e ripeteva spesso, che scopo del dialogo sia “manifestare agli uomini l’amore di Cristo”, e che tocchi alla Chiesa compiere gesti, simbolici e materiali, verso la riconciliazione e la solidarietà tra gli uomini di religioni diverse. Iniziò pertanto la costruzione di una vera e propria “cultura del dialogo”, proseguita da Giovanni Paolo II, che vi mostrò la risposta “al disegno di unità di Dio sulla famiglia umana”. Ancora, Benedetto XVI propose “la carità nella verità” quale chiave di un «processo di globalizzazione mondiale» che cerca e, guidata dallo Spirito Santo, trova modi “per promuovere relazioni di universale fraternità tra gli uomini”. Per il Papa emerito, “la libertà religiosa è un diritto sacro e inalienabile». Quanto a Papa Francesco è, in armonia con i suoi predecessori, sin dagli esordi del suo Pontificato, assai attento a un tema che, in questo momento storico, è divenuto nodale per la nostra civiltà. Egli si è fatto con parole, con atti concreti di solidarietà e con l’esempio, “testimone eloquente che il ‘dialogo è incontro e amicizia”.

Tenendo ben fermo il timone del dialogo interreligioso, i Pontefici hanno saputo mantenere viva la tensione tra l’accoglienza e l’offerta, tra l’ascolto e l’annuncio, tra l’affermazione della propria identità e il rispetto dell’alterità, ma soprattutto hanno saputo invitare i Cattolici ad unirsi ai non Cristiani per “cooperare senza violenza e senza pregiudizi alla costruzione del mondo in una pace autentica” secondo le indicazioni conciliari”.


5. Il dialogo è possibile?

Ma – prosegue Mons. Gangemi – “navighiamo tra dialogo e paura e ai nostri giorni un fatto è innegabile: il terrorismo di matrice islamica mina la credibilità del dialogo interreligioso. Certo è che nulla sarà più come prima: le condizioni stesse della nostra vita, della nostra sicurezza, sono mutate ... Senza cedere all’allarmismo, dobbiamo essere consapevoli del rischio che corriamo”. Ed è pertanto “ragionevole domandarsi quali siano le cause, che potremmo definire molteplici: povertà, guerre in Medio Oriente, e mancanza di prospettive”. Nonostante ciò, sarebbe un grave errore ritenere “che tutti i Musulmani siano terroristi. Molti di essi, che vivono l’islam non solo come sottomissione a Dio, ma anche come convivenza pacifica, denunciano lo sfruttamento ideologico della loro religione da parte di gruppi fondamentalisti”. Pertanto, “si deve fare di tutto per scongiurare l’odio” e per “mantenere un dialogo nella verità” - secondo le indicazioni di Benedetto XVI.


6. Le luci tra le ombre

E un errore sarebbe negare che l’impegno dei Pontefici e della Chiesa tutta abbia dato i suoi risultati: paradigmatica, da questo punto di vista, la ripresa delle relazioni diplomatiche con al-Azhar, dopo un ‘gelo’ di otto anni. L’evento, suggellato dalla visita ufficiale di Papa Francesco a quella storica Università, era stato preceduto da quella in Vaticano del Grande Imam di al-Azhar, Ahmed al-Tayyib. E risultati positivi hanno recato anche varii “incontri tenutisi a Madrid, in Giordania e in Iran, durante i quali si sono potute affermare alcune convinzioni condivise circa la preghiera, la dignità della persona umana, la difesa della vita e della famiglia”.

Altri, notevolissimi, ne hanno recato iniziative partite dal mondo islamico, quali la fondazione dell’International Dialogue Centre (KAICIID, dal 2012); la creazione di un Forum islamo-cattolico (dal 2007); e ancora il pronunciamento dell’egiziana Dar al Ifta al Misryah, riguardo al fatto “che, secondo i precetti coranici è legittimo per i cristiani costruire chiese nei Paesi di tradizione islamica”. Parallelamente, “l’alta commissione religiosa del Marocco ha dichiarato che nel Paese sarà possibile cambiare il proprio credo senza rischiare conseguenze penali”. L’apostasia è così riconosciuta come un fatto di coscienza e non come un reato. La sfida più ardua, indubbiamente resta “quella dei Cristiani dell’Iraq e della Siria, minacciati nella loro stessa esistenza, con centinaia di migliaia di vittime tra morti, rapiti, sfollati, ed emigrati”. Criticità gravissima, alla quale si potrebbero aggiungere quelle dei diritti umani e della condizione femminile; eppure, “dobbiamo essere disponibili a praticare il dialogo in primo luogo nei contatti quotidiani, nel condominio, a scuola o all’università, e al lavoro”.


7. Che cosa è il dialogo interreligioso?

Ora, se il dialogo interreligioso non è una «conversazione tra amici», non è neanche un negoziato fra nemici, semmai: “consiste nel creare uno spazio di testimonianza tra credenti, che faciliti una migliore conoscenza della religione dell’altro e dei comportamenti etici che ne conseguono”. È un “fare insieme per favorire la comprensione reciproca, la pace e la collaborazione tra i popoli”. “Come ebbe a dire papa Giovanni Paolo II a Kaduna in Nigeria: “Crediamo tutti in un solo Dio Creatore dell’Uomo. Acclamiamo la signoria di Dio e difendiamo la dignità dell’uomo in quanto servo di Dio. Adoriamo Dio e professiamo una sottomissione totale a lui. In questo senso possiamo dunque chiamarci gli uni gli altri fratelli e sorelle nella fede in un solo Dio. E gli siamo grati per questa fede, perché senza Dio la vita dell’uomo sarebbe come un cielo senza sole”.

Ora, “nel dialogo interreligioso, la prima cosa che si deve fare è testimoniare la propria fede; il Cristiano dev’essere capace di rendere ragione del proprio credo”: è assolutamente fondamentale che egli sappia rifuggire pratiche sincretistiche, che, lungi dal costituire un merito, al contrario ne rivelano la “formazione lacunosa”, creando situazioni altamente imbarazzanti. Esemplari, in tal senso, i casi nei quali “in nome della solidarietà, della fraternità o della fede nel Dio unico, locali parrocchiali e, a volte, edifici religiosi, hanno accolto Musulmani per la preghiera, trascurando che dove i Musulmani pregano insieme, questo è il primo segnale che quel territorio potrà essere prima o poi rivendicato come musulmano”. Oppure certi casi, anche su suolo italiano, di recitazione nelle chiese di “brani del Corano”, addirittura, durante le funzioni natalizie, della “sura della nascita di Gesù”.


8. Una sfida culturale.

A questo punto sono chiare quelle che potremmo definire le sfide per il domani, che ridurrei principalmente a tre: 1) la sicurezza, che deve essere garantita dai poteri pubblici;2) l’educazione, chiave di un futuro più pacifico, che necessita di essere promossa e facilitata; 3) una pastorale che miri alla formazione dottrinale e spirituale dei Cristiani”.

Una corretta e costante catechesi farà sì che ogni Cristiano sia in grado di esporre le ragioni della fede, di sostenerne una “apologia”: di nuovo, come fecero i fratelli dei primi secoli, o fanno quelli di tante regioni del mondo, nelle quali il Cristianesimo è appena tollerato o, addirittura, perseguitato. Del resto, se “nei secoli passati gli scambi culturali tra Giudaismo ed Ellenismo, tra mondo romano e germanico e mondo slavo, come anche tra mondo arabo e mondo europeo, hanno fecondato la cultura favorendo scienze e civiltà”, è perché “gli interlocutori ... erano coscienti della loro fede e del loro patrimonio culturale / cultuale”!

Pur riconoscendo ciò che vi può essere di vero e santo nell’insegnamento e nelle pratiche delle diverse religioni, proclamiamo senza esitazioni che Gesù Cristo è l’unico Salvatore! Allo stesso tempo, riconosciamo comeDio, attraverso vie che lui solo conosce, possa portare gli uomini che senza loro colpa ignorano il Vangelo...a quella fede “senza la quale è impossibile piacergli”. Noi abbiamo il dovere di proporre (senza imporre) quello che noi stessi abbiamo ricevuto da Dio: la verità e l’amore .... di dire al non Cristiano che cosa di unico c’è nel Cristo”. Abbiamo il dovere, insomma, di sottrarci al “rischio di sincretismo”, pur “senza trascurare ... che Dio si è manifestato in qualche modo anche ai membri delle altre religioni ... ne consegue una realtà importante: il dialogo non può e non deve escludere la possibilità della conversione, nel rispetto della dignità e della libertà di ogni persona umana”.


È incoraggiante sentire da questo “pragmatico”, che ha profuso e quotidianamente profonde risorse di intelligenza ed energia per la reciprocità nel rispetto tra le due fedi, che il dialogo è possibile, malgrado le difficoltà, i fraintendimenti, le contraddizioni, malgrado sia insidiato e, a volte, interrotto dalla diffidenza e dall’ignoranza. E che, mentre in epilogo al suo discorso ci rivolge il monito a non rinunciare ai valori del Cristianesimo, a non negoziarli e dissimularli, a viverli con orgoglio e fedeltà, ci richiama alla mitezza con l’auspicio di Papa Francesco, che “siano le religioni grembi di vita, che portino la tenerezza misericordiosa di Dio all’umanità ferita e bisognosa; siano porte di speranza, che aiutino a varcare i muri eretti dall’orgoglio e dalla paura”.


 


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