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 giovedì 8 giugno 2017

PERSONAGGI

Bukowski: scatti fotografici di un viaggio

di Tiziana Santoro


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Una buona ragione per leggere “Shakespeare non l’ha mai fatto” – di Charles Bukowski – può trovare fondamento in quella certa ostilità che taluni lettori nutrono verso la letteratura di genere, in particolare per ciò che attiene al “diario di viaggio”. Se non v’interessa razionalizzare un itinerario, apprendere usi, costumi e tradizioni delle popolazioni autoctone di un luogo, allora questo è il libro giusto. Colui che, negli anni ‘70, aveva commissionato a Charles di scrivere un diario di viaggio sulla sua vacanza-lavoro in Europa, probabilmente non aveva considerato che lo scrittore non amava viaggiare. Quindi, l’unico viaggio che l’autore avrebbe potuto restituire ai suoi lettori era quello di un uomo che, con tutti i suoi limiti e le sue intemperanze, si sforzava, da una prospettiva non sempre lucida, di mettere a fuoco l’umanità e la realtà.

Come sottolinea Simona Viciani, più che un diario di bordo quello di Bukowski è un insieme di “scatti fotografici”, di momenti-verità. Su tutto impera “l’anarchia di pensiero” dell’autore, un artista senza radici: né troppo americano, né troppo tedesco, Bukowski riesce nell’impresa tutta personale di essere “fuori-luogo” un po’ ovunque e, allo stesso tempo, un “catalizzatore di folle” sensibili alla sua “arte senza regole”. Gli europei, più degli americani, erano succubi del fascino di un “autore-personaggio” imprevedibile e non allineato alla cultura letteraria e accademica di quegli anni. Quando un giovane Enrico Franceschini, ancora aspirante giornalista, ha compiuto il suo primo viaggio in America alla ricerca di Bukowski, aveva avuto il privilegio di chiedergli perché avesse scelto di scrivere. La risposta dello scrittore è indicativa di quali fossero i suoi rapporti con la cultura e la sua idea di letteratura.

In quell’occasione, Bukowski aveva soddisfatto il suo interlocutore rispondendo, semplicemente, che scrivere, per lui, era una “cosa facile da fare”. La letteratura come il comunismo, secondo l’autore, avevano sempre fallito, l’unico ruolo in cui si riconosceva, era quello di “scrittore-pagliaccio” che diverte, che si diletta, che segue più l’istinto del pensiero, che asseconda un talento irrazionale e dirompente. L’autore rifiuta di rivestire un ruolo istituzionale e ammonisce, così, i suoi colleghi: “Troppi scrittori sono diventati insegnanti, guru; si sono dimenticati della loro macchina da scrivere”. Eppure quell’estate, Bukowski, a Martkthall, aveva dovuto affrontare la folla di 1200 ammiratori. Sulla paura di deludere i suoi estimatori, vinceva sempre la naturalezza e la spontaneità di un uomo capace di “straparlare-lucidamente” anche in preda agli effetti dell’alcol.

Il vino, nella vita dello scrittore, un vizio? Più semplicemente, una lente attraverso cui si sforzava, continuamente, di avvicinare, allontanare, deformare, mettere a fuoco la realtà. Perché il pubblico amava tanto le sue poesie, benché non fossero intellettuali? Solamente perché le capivano, perché per le persone, così come per l’autore, “la vita era insopportabile” e neppure la morte aveva troppo significato. Entrambe apparivano allo scrittore troppo sopravvalutate. La prima: monotona, noiosa, imbrigliata nei ruoli, nei doveri, in una quotidianità incolore; la seconda: più onerosa solo per chi viene lasciato, che per chi se ne va.

E la sacralità dell’arte? Quella “scia d’immortalità” che spetta a ogni artista reputato degno di essere tale? Ebbene, anche quella scia, secondo Bukowski è “una colpa” di chi vive e non di chi muore e certamente “non è colpa dell’artista (…) che non appartiene all’immortalità più di quanto è appartenuto alla vita”. Questo libro è oltremodo sconsigliato agli amanti dei musei. L’autore li odiava tutti, perché odiava la grandiosità e il confronto. Preferiva bere vino con gli amici nelle camere d’albergo, guardare film, vagare per le strade e guardare l’umanità, quell’umanità che “ha tenuto gli occhi aperti tutto il Santo giorno e ha visto troppo” senza mai capire la matematica delle cose”. Non c’è spazio per il “divino” nella vita dello scrittore, il suo sentimento è tutto per i dannati e i perdenti. Dal finestrino del treno, Bukowski ammirava l’ordine fiabesco di certi villaggi, ma constatava che al loro interno si aggiravano uomini agonizzanti, messi alla prova dalla vita. L’unico antidoto possibile? La creazione: un modo per urlare, prima ancora che un’intuizione intellettuale.

L’unico vantaggio che un lettore può trarre dal diario di viaggio di Bukowski è un’angolazione da cui osservare la realtà e gli uomini e se per qualche ragione si trovasse in empatia con l’autore, potrebbe soddisfare qualche curiosità sulla sua storia personale: i genitori, la suocera, lo zio novantenne, gli amici, i vizi e l’amore. L’autore per tutto il viaggio è accompagnato dalla compagna Linda Lee. Come egli stesso ci tiene a precisare, ha impiegato 60 anni per incontrarla. Luoghi comuni e cliché letterari che riguardano Bukowski e le donne? Ammiccamenti maschilisti che ne hanno mitizzato il misoginismo ce ne sono fin troppi e, quasi sempre, a torto. Nessun retaggio culturale o intellettualistico, Bukowski-uomo era soltanto “uno che provava a capirci qualcosa” e per cui “l’incontro” era sempre più deludente del “non incontrarsi”.

Per capire “l’amore”, dunque, Bukowski ha deciso di “vivere le donne”. Il punto di arrivo dell’autore è “non accontentarsi”, perciò ammoniva: “La maggior parte della gente vive all’ombra del compromesso: capisce bene che non funziona del tutto, ma non importa, facciamocelo andare bene (…) cosa c’è alla TV stasera? Niente. Beh, guardiamola lo stesso (…)”. Quella vissuta con Linda, invece, è “l’unione perfetta”. Lo scrittore sostiene che, nonostante non avessero nulla in comune, la loro relazione avesse come motore una “tollerabile e intollerabile distanza” per cui continuavano a incontrarsi “senza risolvere” e “senza la speranza di risolvere nulla”. Bukowski e Linda, semplicemente, “erano”, “si vivevano” senza pretese, senza la presunzione di colmare quelle distanze che, piuttosto, andrebbero accettate. Il “viaggio-sentimentale” di Bukowski si conclude con le sue poesie, appunti sparsi, intuizioni creative che investono e sorprendono il lettore.


 


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