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 venerdì 9 agosto 2019

PERSONAGGI

Murakami: Uno scrittore col vento in faccia

di Tiziana Santoro


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Murakami Haruki, autore de “L’arte di correre”, definisce la sua opera “un soliloquio”, “un memoriale equilibrato e delicato”, a cui ha dedicato 10 anni di lavoro accurato e meticoloso. La sua opera più rappresentativa? Difficile da dire, perché ogni lavoro è sempre frutto del suo sudore e della sua oculatezza, ma, certamente, è l’opera che più ci parla di lui, della sua filosofia di vita, dell’arte di correre, di quella dello scrivere e del suo modo di stare al mondo.Murakami Haruki, dopo aver condotto a lungo una “vita aperta” e aver gestito con successo un ristorante, ha pensato di condurre una “vita chiusa” e di dedicarsi a ciò che più era nella sua natura: la scrittura e la corsa. Lo scrittore-maratoneta ha improntato tutta la sua esistenza sullo sforzo fisico necessario per realizzare i suoi obiettivi. L’obiettivo di Murakami è sempre stato quello di andare oltre il proprio limite, di imparare dagli insuccessi e dalle difficoltà e di accettarsi così com’è, “come parte di un paesaggio naturale”.

L’autore – attraverso un allenamento faticoso e costante – ha attraversato il dolore, l’insuccesso, l’ansia, la delusione, ma ha sempre rideterminato i suoi obiettivi, avendo ben chiara quella scala di valori che è essenza della sua natura umana. Se il dolore è parte della vita e non si può evitare – afferma Murakami – la sofferenza è opzionale, pertanto, gli uomini possono coltivare la gioia, perseverando nelle cose che amano. Murakami è, talvolta, un Rocky Balboa messo a tappeto, è più attento a descrivere gli insuccessi che i successi, perché ha capito la lezione più importante della vita, quella per cui determiniamo chi siamo quando impariamo dai nostri sbagli e che quando un ciclo si compie, l’unico antidoto per superare “l’abbattimento del corridore” è “avere un piano B”, ridefinire gli obiettivi, “guardare il paesaggio e godersi la corsa”.

Il corridore, sottolinea Murakami, così come lo scrittore e l’uomo di successo, deve imparare a gestire la quantità e la qualità del proprio talento, ma anche coltivare la concentrazione e la perseveranza. La sfida maggiore con se stesso è quella di imparare a tenere a bada il “labirinto della coscienza” fatta di “tenebre, angoli morti, suggestioni” e di imparare a sfruttare, consapevolmente, “l’esperienza” e “l’istinto”. Quella indicata dallo scrittore è la via della consapevolezza, che si può acquisire solo orientando “lo sguardo verso se stessi”, senza farsi “distrarre dal cielo” e dai condizionamenti esterni. Vivere pienamente – asserisce Murakami – significa sforzarsi, coraggiosamente, di vincere la fatica e comprendere che “la qualità del vivere non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi, ma è insita nell’azione stessa, vi scorre dentro”. Ciò che veramente impreziosisce la vita di ciascun uomo – asserisce lo scrittore-maratoneta – non è l’azione, la quale può non concretizzarsi in un successo, ma l’impegno che in essa vi è profuso, poiché conta, realmente, solo ciò che si percepisce nel cuore. Scrive Murakami: “Anche ammettendo che compiamo soltanto una serie di atti vuoti, come per l’appunto versare acqua in un vecchio vaso forato, per lo meno resta il fatto che ci impegniamo.

Non importa se otteniamo dei risultati o meno (…) per la maggior parte di noi è qualcosa che non si vede, ma che si percepisce nel cuore. E, spesso, le cose che hanno veramente valore si ottengono attraverso gesti inutili. Le nostre azioni non saranno forse proficue, ma di sicuro non sono stupide”. La letteratura, come la corsa, è per Murakami “spontanea, vigorosa, forza vitale che tende naturalmente in avanti”; l’atto dello scrivere è come “arrampicarsi sui monti impervi, scalare pareti rocciose e, al termine di una lunga lotta accanita, giungere in vetta”. L’energia non superficiale, che spinge all’azione lo scrittore-corridore, è quella stessa “forza fisica” che dissolve gli “elementi tossici interni”. Murakami è uno scrittore-corridore metafisico che crea il vuoto nella testa ed è, esclusivamente, tutt’uno con le azioni che compie. “Murakami è” perché corre, perché scrive. L’individualismo di uno scrittore che corre da solo, quanto spazio lascia agli altri? Se la condizione di solitudine è fondamentale per lo scrittore – così come per l’uomo che impara solo attraverso “la propria carne” – l’incomprensione e le ferite che gli altri infliggono, sono tratto imprescindibile dell’unicità che contraddistingue ciascun essere umano. Tuttavia, comprende Murakami, “i dolori e le ferite spirituali non rimarginate sono il prezzo da pagare per la propria indipendenza”.

Ciò che rimane è la gratitudine infinita verso chi ci ha mostrato altri paesaggi e verso noi stessi, ogni volta che adoperiamo la nostra personalità e originalità per vedere con occhi propri quello stesso scenario. Ciò che più unisce gli uomini – secondo Murakami – è la compassione e la solidarietà, quella che scatta tra simili, perché ognuno, alla fine dei conti, è un maratoneta della vita, che si sforza di raggiungere il traguardo, dando il meglio di sé. Ciò che realmente conta non è il tempo che s’impiega, né lo stile, né le gratificazioni o ricompense che potrebbero derivarne. L’importante per l’uomo e il maratoneta è provarci con gioia e poter dire: “Se non altro, fino alla fine non ho camminato”.


 


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