Oggi è 
 
 
   
Prima Pagina > Cultura e Società > Recensioni > Magari domani resto: vitalismo, ironia e sentimento nel racconto di Lorenzo Marone

 mercoledì 22 marzo 2017

LIBRI

Magari domani resto: vitalismo, ironia e sentimento nel racconto di Lorenzo Marone

di Tiziana Santoro


alt

Un romanzo corale ambientato a Napoli, nei Quartieri Spagnoli, dove la protagonista Luce deve continuamente misurarsi con le difficoltà quotidiane: un lavoro disonesto, una famiglia problematica e un amore immaturo e infelice. Luce vive una vita che non le corrisponde e si muove a fatica entro dinamiche familiari che la opprimono ed infastidiscono. La madre, donna bigotta e abbandonata dal marito, non riusciva a comunicare né con i figli, né con la nonna Giuseppina. Antonio, il fratello sfuggito alle cattive compagnie per intervento della stessa Luce, ha preso le distanze dalla famiglia d’origine e ha scelto d’inventarsi un’altra esistenza al Nord. Luce e sua madre si amano, ma non si comprendono, ciascuna conserva il suo segreto e solo quando il silenzio lascerà spazio alle verità scomode, riusciranno a recuperare il loro rapporto.

È avvincente, in “Magari domani resto”, l’impianto narrativo: un sentimento del racconto partenopeo che Marone attua con naturalezza, facendo coesistere armoniosamente digressioni, analessi e prolessi funzionali alla suspense. Ciascun personaggio coesiste in modo corale con l’altro, eppure ciascuno di loro ha una propria storia personale, una propria psicologia e un proprio colore; ciascuno potrebbe vivere di vita propria ed essere, a sua volta, protagonista di un altro romanzo. A sottolineare la coralità dell’opera, è la vera protagonista, la vita: quel mistero inaccessibile, quel pullulare di sentimenti, speranze, delusioni sogni, paure, rancori; quella ricerca spasmodica dell’arte di vivere che è arrangiarsi, lottare, ma, persino, abbandonarsi al suo fluire e alla sua imprevedibilità.

Nel coro, spicca un canone a tre voci: quello tra la giovanissima Luce, volitiva donna del Sud che segue più la pancia che la testa; la nonna nel cui ricordo rivivono amore e saggezza e l’anziano Don Vittorio, un musicista-filosofo sulla sedia a rotelle, il quale con le sue riflessioni sulla vita, conferisce spessore e leggerezza alla narrazione. I dialoghi si snodano per immagini, Marone – ancora una volta – attinge al popolo napoletano al suo saper vivere e rappresentarsi attraverso il movimento, i contrasti e i colori. Accade, così, che Luce presenta se stessa come un pesce rosso, che inquina l’acqua della boccia in cui respira. Risponde e fa da eco il saggio don Vittorio, un brigante del vivere, che ha scelto di andare per mare, di scrutare altri orizzonti e di percorrere strade poco affollate.

Due sognatori, Luce e Vittorio, alla costante ricerca di scenari migliori. La differenza tra i due sta nell’esperienza di chi ha imparato che “a immergersi troppo nel profondo si rischia d’incontrare il buio” e che certe volte basta “cambiare d’animo e non di cielo” per apprezzare la vita. Ma Luce è giovane e arde in lei “a freve ‘e vita”: una spasmodica ricerca della felicità, che le fa anteporre le passioni agli obiettivi. Proprio mentre Luce lotta contro tutto e contro tutti, mentre scalpita e si dimena per sfuggire al suo destino e alla quotidianità, la vita avviene: si scopre amica di Carmen, si improvvisa una seconda mamma per Kevin, trova il coraggio di lasciare il lavoro e di affrontare a muso duro l’ex fidanzato, quell’eterno Peter Pan che con la sua fuga in Thailandia le ha insegnato cosa non è l’amore. Luce, abbandonandosi alla vita, incontrerà l’amore di Thomàs, artista di strada: sentirà quel brivido, quell’emozione in cui si racchiude la vita, per poi mutare nuovamente e ricominciare col suo ciclo infinito.

Più di ogni altra cosa, Luce scoprirà che l’amore vive nelle attenzioni quotidiane: quelle del cane Alleria, quelle per Kevin, per Vittorio e per i membri acquisiti della sua “insolita famiglia”. L’amore trae forza dalla coralità e dalle vite dei personaggi, dall’intreccio dei loro destini, dall’abbraccio familiare di Antonio, Luce e della mamma, che hanno attraversato un’esistenza prima di riscoprirsi aggrappati l’uno all’altra e trovare il coraggio di seguire il flusso delle loro vite. Per riscoprirsi uniti, i protagonisti hanno dovuto scardinare i luoghi comuni sulla famiglia tradizionale, hanno dovuto lasciare andare il passato, le persone ingombranti e aprire le braccia a persone nuove. La famiglia unita è quella scelta con il cuore, quella che alleggerisce e non appesantisce, quella che risolve i problemi e non li crea, quella se si compone mentre i personaggi stanno vivendo. Davanti ai loro occhi, è la rondine Primavera che, dopo non poche esitazioni, trova il coraggio per uscire dalla gabbia e spiccare il volo, più per istinto che per scelta consapevole.

E Luce? Spiccherà il volo? Non sono esclusi partenze e ritorni, ma nel frattempo, Luce ha imparato la lezione: “… dove sta scritto che le cose devono durare per sempre (…) qui le cose durano quanto durano, una farfalla vive qualche giorno, un’orchidea appassisce dopo tre mesi e un cane muore a quindici anni. Così, è e nessuno può farci niente. Perciò, mi farò bastare quel che sarà, ma in quel che sarà, puoi star certo, metterò tutta me stessa”. L’ultimo capitolo è dedicato al padre della protagonista e svela il mistero del suo abbandono: una voce su nastro è il suo unico saluto ai figli. È un capitolo denso di emozione, perché svela al lettore che un’assenza, talvolta, può insegnare a vivere più di una presenza. Il padre esorta i figli a non seguire il suo esempio, a non fuggire davanti alle difficoltà e a essere curiosi, coraggiosi, liberi e allegri: “Non partite solo per fuggire e non restate solo perché non avete il coraggio di prendere nuove strade.

Siate sempre aperti ai cambiamenti, scegliete un obiettivo e puntatelo, però, sappiate che se pò semp’ fallì, che ca nisciuno è perfetto. E non smettete mai di essere curiosi, pecché a curiosità è ‘na forma ‘e coraggio (…) ho fatto del mio meglio per insegnarvi a campare liberi e allegri”. Il registro dei sentimenti e del cuore e la tensione emotiva della narrazione e dei dialoghi, sono costantemente smorzati dall’ironia e dalla sagacia di personaggi minori, che, improvvisamente, irrompono come macchiette: sono straordinariamente umani, meschini, limitati, anticonvenzionali, gelosi, insicuri scanzonati, truffaldini. Sono l’umanità, la rappresentazione dei nostri limiti e dei nostri appetiti, ma non sono mai spietati, persino il terribile camorrista, alla fine sceglie la via della pace; che sia una scelta morale di Marone, quella di accettare anche i tratti un po’ meschini della società senza esprimere condanne, ma ridendoci sopra? I suoi personaggi, Marone li ama tutti, persino Manuel: l’avvocatuccio-seduttore del quartiere, di cui scrive: “sono proprio i tizi come lui ad arrivare sino in fondo al traguardo, quelli senza peso, che non affondano mai o che, se lo fanno, dopo poco tornano, comunque, a galleggiare, come un turacciolo.”

L’opera di Marone è un piccolo capolavoro narrativo del nostro tempo, come un novello Verga conferisce realismo e lirismo al suo racconto, con attenzione e cura del linguaggio, l’aggiunta di una bonaria ironia ariostesca e, persino, una colonna sonora. Quest’ultima è un omaggio all’artista Pino Daniele, di cui fanno capolino qua e là, citazioni e versi. Un doppio dono quello di Marone ai suoi lettori che, intenti in una piacevole lettura, hanno quasi l’impressione di ascoltare, a radio spenta, la colonna sonora della loro vita.


 


Altre Notizie su

Cultura e Società > Recensioni






 
Partner
 
 
© 2011/17 - Filo Diretto News | Reg. Tribunale di Messina n° 4 del 25/02/2011 | Dir. Resp. Domenico Interdonato | Condirettore Armando Russo
Redazione - Via Felice Bisazza 44, 98122 Messina - P.Iva 02939580839