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 lunedì 30 gennaio 2017

MESSINA

L’Incontro di Spazio Francescano in omaggio a Santa Eustochia Smeralda Calafato

di Rosa Maria Lucifora


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Nella Chiesa del Monastero di Montevergine, si è svolta una tavola rotonda dedicata alla grande santa messinese, come si evince, dal titolo: “S. Eustochia a Messina”. Organizzata da “Spazio Francescano”, comitato di laici e religiosi, che da oltre due anni cura la realizzazione di “Incontri” ispirati alla persona ed all’esempio di San Francesco, è stata fortemente auspicata dalle rev.me mm. Clarisse che, già in passato, avevano cordialmente ospitato presso di loro un altro “Incontro”, dedicato a Santa Chiara. Esse stesse hanno presenziato all’evento: celate, naturalmente, come si addice alla loro clausura.Un valido contributo organizzativo è stato fornito dalla prof.ssa Rosa Gazzara, nota per la vivace attività intellettuale e lo spirito d’iniziativa, molto vicina alle mm. Clarisse ed ella stessa relatrice. Essenziale l’apporto di fra’ Giuseppe Scarvaglieri (dei pp. Cappuccini di ‘Pompei’, docente al “San Tommaso”), instancabile programmatore e animatore di “Spazio Francescano”. L’atmosfera è stata allietata dal violino della sig.ra Viola Adamova, protagonista di quattro intermezzi musicali eseguiti arte magistrale.

In una chiesa gremita di un pubblico attento, introdotti dal dott. Anastasio Majolino (giornalista), che ha presentato aspetti salienti della pluricentenaria storia del convento, e dalla moderatrice, prof.ssa Gabriella Vigorita Bottari, che ha dato essenziali note dei curricula dei relatori, si sono avvicendati con brevità ed efficacia mons. Pietro Aliquò (cappellano di Montevergine, docente al “San Tommaso” e al “Santa Maria della Lettera”), la prof.ssa Maria Antonietta Barbàra (ordinario di Letteratura Cristiana Antica presso l’Ateneo messinese), la prof.ssa Gazzara (scrittrice) e il dott. Giacomo Sorrenti (laureato in Teologia).

Mons. Aliquò (in: “Aspetti della spiritualità di S. Eustochia”), ha fatto rilevare come difficile sia precisare il concetto stesso di spiritualità e come, nell’ambito del Cristianesimo, nessuna definizione ulteriore abbia senso fuori della Croce e della sequela del Cristo. Ha suggerito una prospettiva di lettura ‘paolina’ dell’esperienza di Santa Eustochia, di fatto valevole per ogni santità, che enfatizza tratti specifici di un modello che tutto contiene: nel caso di Eustochio, tutto ha inizio con Francesco e Chiara consegnatisi senza riserve, in toto, a Cristo povero e crocifisso. Anche la prof.ssa Barbàra (Santa Eustochia e la Croce) ha dato rilievo alla povertà evangelica ed alla Croce, sottolineando la strategicità dell’opera di Paolo per la sistemazione dottrinaria: strumento di umiliazione e di morte, essa è da lui chiarita quale tramite e simbolo di rinnovamento interiore, di rinascita.

Ambedue i relatori hanno supportato la propria riflessione con citazioni tratte dalla Bibbia e dalla tradizione patristica. Ed è, in effetti, l’amorosa cura delle Scritture e dei Padri che consegna a Francesco la preziosa eredità paolina: mons. Aliquò ha, giustamente, rilevato l’opportunità che un tema così importante venga ripreso, in futuro, con maggiore profondità. D’altra parte, il 25 ottobre 2016, un altro relatore per “Spazio Francescano”, mons. Papa (già amministratore apostolico dell’Arcidiocesi) aveva trattato il tema “Francesco e le Scritture”. La prof.ssa Barbàra, per parte sua, ha toccato, anche, un motivo assai delicato: quello della lotta con il ‘nemico’, che connota le vite di numerosi santi, anche Francescani, dalla sua fondazione fino a San Pio da Pietrelcina.

Ha continuato i lavori la prof.ssa Rosa Gazzara, autrice di una raffinata “traduzione” dal Volgare quattrocentesco della Vita di Eustochia, a cura della devota amica e collaboratrice, sr. Jacopa Pollicino. Con competenza e piglio brillante, la relatrice (“La virtù della Fortezza in S. Eustochia”) ha ripercorso i momenti cruciali del cammino verso la Santità, dall’infanzia privilegiata in una famiglia ricca e amorosa, alla devozione totalizzante al Cristo, alla scelta radicale di povertà evangelica secondo il modello di Francesco e Chiara. Tutto e sempre nella pratica della Fortezza, che le detta la scelta del nome (in Greco, più o meno, “realizzazione di un buon proposito”) e l’accompagna, innamorata della Croce e della Parola, alla morte santa, in un contesto drammatico, ma fecondo di avvenire.

E questa drammaticità ha illustrato accuratamente il dott. Sorrenti (“Messina e la sua Santa”), soffermandosi su vicende dolorose, e non di rado sottaciute nell’agiografia, anche per pudore, dagli odierni messinesi: difficoltà gravissime, calunnie, contrasti senza pari da parte dei concittadini e degli stessi religiosi, seguirono al manifestarsi dell’intento di lasciare il Monastero di Basicò e dar vita a uno nuovo. Intento “ben riuscito” – come sappiamo – ma ottenuto a prezzo di immensi sacrifici dalla santa e dalla minuscola comunità di suore compagne, con l’aiuto di pochissimi frati “poverelli” e delle famiglie d’origine, assediati e intimiditi dall’ostilità, ma prontamente approvato dalla bolla papale di Callisto III, consapevole di una dura realtà: il tempo aveva eroso la disciplina della Regola nella compagine clariana e urgeva una riforma per il ritorno al modello originario. Non mancò sin da subito, tuttavia, chi alla sapiente rinnovatrice e badessa santa seppe tributare il rispetto e la devozione che, fin oggi, le manteniamo: primo fra tutti il grande Antonello, amico d’infanzia, che ne ricordò – secondo la tradizione popolare – le fattezze nella sua “Annunziata”.


 


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