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 giovedì 3 novembre 2016

GIORNALISMO

XXII Edizione del Premio giornalistico “Natale U.C.S.I.”

di Marisa Frasca Rustica


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La XXII Edizione del Premio giornalistico “Natale U.C.S.I.” si ripropone all’attenzione dei cultori della carta stampata e della online, TV e Radio, ponendo l’accento sulla solidarietà, l’integrazione sociale, la convivenza civile, la fratellanza, l’attenzione verso il prossimo, la difesa dei diritti e della dignità umana. Questo invito rivolto ai giornalisti cattolici assume un particolare significato, in quanto si espande nel clima disordinato, agnostico dell’epoca moderna, in cui la parola “Amore”, inteso in senso lato, non esiste più, e con essa tutti quei valori che ne derivano. Papa Francesco “tuona” (anche se non sembra) contro la modernità poco interessata nel gestire i rapporti umani ed invita la voce libera e consapevole dei giornalisti cattolici a collaborare alla costruzione di un tessuto sociale dove l’ascolto, l’attenzione e l’amore, possano respingere l’indifferenza, l’ipocrisia, la mania di prevalere ad ogni costo sugli altri, anche se non se ne hanno le capacità. Il volume del portafoglio è quello ambito in ogni strato sociale non escludendo anche quello, dolorosamente operante, sull’infanzia, sugli anziani e vecchi che da soli chiedono giustizia.

La Banca Popolare di Verona propone un Premio “Il genio della donna”, intesa a mettere in evidenza il valore della cruciale presenza femminile nella “difesa” dei valori della convivenza civile che nella modernità della vita di oggi è, alquanto, compromessa. Non si può negare che il rutilare di tante idee, più o meno liberali, hanno modificato, anzi infiacchita, la figura della “signora” che, non molti anni fa, reggeva con pazienza l’andamento familiare, dando, contemporaneamente, un apporto sensibile alla società, anche educando i figli a quei valori fondamentali che oggi mancano. Naturalmente, qui non si vuole discutere del femminismo, oppure rinnegare il riconoscimento ottenuto dalla donna nel campo culturale e scientifico ritenuto, esclusivamente, maschile, ma si vuole mettere in evidenza che il poco tempo rimasto a disposizione della donna moderna, divisa fra casa e lavoro, non le consente di ottemperare a tutte quelle necessità idonee a “vivere meglio” anche se singole. La solidarietà, la fratellanza, l’attenzione verso il prossimo, l’accoglienza, la difesa dei diritti umani, sono affidate, realmente, al “genio” della donna, poiché la donna è, essenzialmente, “madre” e la madre ama, non solo a senso unico, ma per una facoltà chiave che le consente di affrontare e dirimere situazioni, alquanto, difficili.

Dice Sant’Agostino: “Sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”. Una figura, sorprendentemente, moderna, che è riuscita a raccogliere nelle sue mani e donare a coloro che l’hanno conosciuta i doni auspicati da tutte le persone umane e che s’impone all’attenzione e alla riflessione di tutti noi, è quella di suor Maria Nazzarena, nata Majone. Maria Majone è un personaggio emblematico del Mezzogiorno d’Italia che visse ed operò nel difficile periodo post-unitario della fine dell’800 e l’inizio del ‘900 quando la donna, generalmente, non era molto autonoma. Anche allora, si manifestarono in Italia rivolgimenti sociali e culturali che toccarono la Chiesa, la fede e l’intera società, mentre l’analfabetismo colpiva i più e la corruzione regnava sovrana in taluni ceti sociali emarginati ed abbandonati. A Messina, sorgeva il famigerato Quartiere Avignone, inteso “u mignuni”, dove si viveva nell’assoluta promiscuità, fra ladruncoli e prostituzione. Ma le vie del Signore sono infinite ed il famigerato luogo ebbe la sua salvezza nell’interesse soprannaturale di un nobile messinese: il canonico Annibale Maria di Francia, che andò a visitare quel famigerato ghetto da cui i cittadini stavano ben lontani.

Accettando con semplicità gli scherni ed i lazzi di quella povera gente immersa nel fango e nella sporcizia maleodorante, il sacerdote ritornò spesso, curando le piaghe di qualcuno abbandonato sulla strada e conversando amabilmente, e si accorse che la situazione era in tale stato anche per la mancanza di sacerdoti che si tenevano lontani da quell’inferno. Un pensiero si scolpì nella sua mente: era necessario ROGARE, cioè pregare, perché il Signore delle Messi mandasse tanti operai alla sua messe. Le sue visite si moltiplicarono: non esisteva più l’emarginazione o il disprezzo per quell’evidente miseria, ed il suo rocambolesco disegno di dare un tetto a chi non ne aveva mai avuto si unì alla necessità di dare loro un boccone di pane. Non tenendo in nessun conto le critiche aspre che giungevano da tutte le parti, accettò l’aiuto spontaneo che gli venne offerto da alcune devote donne che accettarono di mendicare ovunque, imitando lo stesso canonico per sfamare i miseri.

Un pomeriggio di fine estate, due religiose si recarono a Graniti e si presentarono al parroco don Vincenzo Calabrò chiedendo di essere aiutate. Bussarono, così, alla porta di casa Majone dove trovarono Maria in compagnia dell’amica Carmela D’Amore, due preziose Figlie di Maria che si offrirono a mendicare assieme a loro, dopo averle ascoltate. Maria Majone era l’ultima dei sei figli di Bruno Majone e Maria Falcone, nata il 21 giugno 1869 e battezzata il giorno dopo secondo il patriarcale sentimento religioso del Paese. Graniti, il piccolo trapezio incuneato nella Valle dell’Alcantara, era abitato da paesani, generalmente dediti all’agricoltura, al pascolo, nel riscontro di un guadagno necessario a vivere, ma non mancavano i poveri e le grandi intelligenze che resero famoso questo luogo. Basti pensare allo scultore internazionale Peppino Mazzullo, al sacerdote padre Vincenzo Caudo, noto grecista e latinista, il fondatore del Giornale cattolico “La Scintilla”.

La mamma della giornalista Maria Grazia Cutuli, assassinata nell’Afghanistan, era granitese. Numerosi validi professionisti e uomini di Stato lasciarono il Paese. Il sentimento religioso dell’ambiente si manifestava, specialmente, alla raccolta delle olive e della saporosa uva, quando si ringraziava il Signore tutti insieme per il dono fatto. Maria Majone visse in quell’atmosfera di carità e di fede che l’accompagnò per tutta la sua vita e la convinse a recarsi a Messina, con l’amica Carmela D’Amore, per aiutare quello strano sacerdote, Annibale Maria di Francia, a raccogliere tanti orfani ed orfanelle sperduti nella miseria morale alla quale erano, inevitabilmente, destinati. L’accettazione del ROGATE, s’inserì a piene mani nel suo agire, trasformando suor Maria Nazzarena nella collaboratrice diretta ed efficiente, capace di seguire il padre nell’attuazione dell‘opera di redenzione basata sul lavoro ed anche sui tanti espedienti azzardati in cui nessuno credeva di possibile realizzazione. Lei, non scolarizzata, ebbe l’abilità di affrontare situazioni difficilissime, quale quella di raccogliere, sotto traballanti tetti, gente disperata, orfanelle abbandonate, accettando pienamente il volere del fondatore che non cessava di cercare un ricovero più adeguato.

Un forno abbandonato divenne il primo oggetto utile a sfamare tutti ed il pane impastato dalle religiose divenne il mezzo principe per aiutare, concretamente, la povera gente. Riportare per intero tutto quanto accadde negli anni a venire, ma sarebbe troppo lungo elencarlo, del resto è, universalmente, riconosciuta la testardaggine con la quale il padre Annibale riuscì a superare gli ostacoli posti dalla stessa chiesa locale, ma che trovò in suor Maria Nazzarena una collaboratrice adeguata che si meritò, giustamente, il titolo di cofondatrice, sostenuto dalla sua innata umiltà ed amore materno riconosciuto da tutti. Tali qualità furono necessarie a ricostruire in Puglia gli orfanotrofi, ospitati dopo la catastrofe di Messina del 1908, di fondarne altri a Taormina e Giardini, di partecipare con la solita umiltà e rispetto alla risoluzione di fondare orfanotrofi e scuole a Roma, consigliando, a volte, lo stesso sacerdote che ebbe in grande considerazione “questa figlia benedetta di Gesù”. La prudenza ed intelligenza s’“incardinarono” nel suo “Genio” e la sua presenza femminile ebbe un valore essenziale nella difesa dei valori, non solo esclusivamente religiosi, ma anche civili nel dimostrare che il lavoro è il mezzo più idoneo a vivere con dignità. La sua partecipazione alla vita sociale non si limitò soltanto al Quartiere Avignone, ma anche in Puglia, a Trani, dove si recò, assieme ad altre suore, dopo un violento acquazzone ed un estenuante viaggio durato sei ore, per esporre lavori di tessitura, cucito e ricamo, un’iniziativa che era rivolta alle donne, interessandole ad un proficuo lavoro e, contemporaneamente, guidandole all’istruzione religiosa.

S’impegnava, così, a mantenere vivo il ROGATE di padre Annibale, poiché i sacerdoti invitati erano coinvolti nel regime di guerra. Il colera del 1910 la vide in azione a Taormina per costruire un lazzaretto, affrontando le comprensibili reazioni comunali, poiché il male si allontanò dalla zona. L’entrata in guerra dell’Italia (Prima Guerra mondiale), la indusse ad ammassare il grano, infatti Messina fu salvata dalla fame dal forno dello Spirito Santo, dove le suore e la loro madre superiora lavorarono, incessantemente, a produrre le pagnotte. L’ex Convento dei Cappuccini di Taormina era vicino alle prigioni e le suore vedevano i carcerati durante l’ora dell’aria. La fama della carità di suor Nazzarena indusse un sorvegliante a chiederle di benedire un carcerato forse in fin di vita. La madre chiese l’aiuto d’un sacerdote perché confessasse tutti e, poi, si recò a confortare il carcerato facendolo parlare ed invitandolo a pentirsi. Naturalmente, le contrarietà di ogni tipo, sia di natura politica che di natura miseramente umana, la coinvolsero, ma lei, forte nella fede, chiuse gli occhi, sopportando con dignità anche le inevitabili gelosie che di solito si abbattono sulle persone speciali. Rimase madre nella memoria di chi ebbe la fortuna di conoscerla ed i suoi scritti la resero degna del titolo di “Venerabile”, concessole da Giovanni Paolo II, postulante suor Rosa Graziano.



 


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