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 martedì 4 ottobre 2016

MESSINA

Una serata magica dedicata alla poetessa Maria Costa

di Alfonso Saya


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Nei locali del Museo Etnoantropologico di Castanea si è vissuta una Serata davvero magica. Si è più che “ricordata”… “fatta rivivere” Maria Costa, alla presenza di un folto pubblico e da tante personalità fra cui il vice prefetto Natalia Ruggeri. Nel contesto e in sintonia “I ferri du misteri”, in mostra nel Museo che raccontano la storia dei tempi andati fatta di lavoro, di passione e di amore. Così, è stata la storia della nostra poetessa, una “leggendaria figura” che man mano si allontana nel tempo, s’ingrandisce e risplende sempre di più. Questa grande figura di poetessa dialettale è stata più che ricordata – dicevo – fatta rivivere dalle approfondite relazioni del dott. Mario Sarica e dal medico-scrittore, dott. Giuseppe Ruggeri. Una grande poetessa dialettale diceva in una sua poesia, “Mi cianci u cori, pu dialettu chi sta murennu/ eppuri fu a ricchizza di nostri Antenati...durante gli inverni, ssittati a bracera/ nni cuntaunu da Festa di Santa Rusulia/ di Sant’Agata che cci tagghiaru i minni (le mammelle)/ di vavareddhi (le pupille) di Santa Lucia/ di San Pracitu chi ci scipparu a lingua/ cu tutti i radicati (con tutte le radici)”. Quante cose – diceva la poetessa – ci hanno insegnato i nostri antenati.

Parlavano dei lavoratori di lana, del grano, della vendemmia, di olive, di gelsomini, di uomini con la schiena rotta, del pesce spada inseguito nello Stretto... una miniera di insegnamenti, di tradizioni. Così, “I Ferri du Misteri” esposti nel Museo sono frutto meticoloso e appassionato di ricerca del fondatore, cavaliere al merito della Repubblica, Domenico Gerbasi. È stata, dicevo, una Serata magica in cui, dulcis in fundo, la poetessa si è più che “ricordata”, “fatta rivivere” con il “Miracolo della Poesia” a Lei dedicata dal sottoscritto che è stata letta, con sentimento e con dizione perfetta, dal cavaliere Gerbasi. Mentre la leggeva in dialetto, la lingua amata da Maria Costa, balzava e si delineava, in tutto il suo spessore, la figura che ha dato l’ultimo saluto a Messina, “quannu sunava mezzuiornu, quannu l’Anciulu u desi a Maria, Inna u davi a Missina/ chi era a so’ riggina/ u dava o so’ Strittu/ chi Idda, da so’ casuzza,/ sempri vaddava,/ u dava o so’ mari incantatu/ chi era u so’ mari. U dava a so’ bedda Storia/ china di Miti/ china di liggendi che Idda sempri cantava”. La chiusa della poesia è molto commovente. Il poeta dice che lui sente ancora la sua voce cantare. “Nescia da so’ bucca/ comu lava di focu/ comu lava d’Amuri/ chi non si po’ fimmari”.


 


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