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 mercoledì 24 agosto 2016

RECENSIONE

Il peso della farfalla: una piccola grande storia

di Tiziana Santoro


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“Il peso della farfalla”, una storia semplice scritta da Erri De Luca. L’autore è un conoscitore della montagna e racconta le imprese di un camoscio che duella con un bracconiere. La grandezza dell’autore sta nell’aver condensato, in appena 60 pagine, spunti che si prestano a riflessioni più profonde, che superano il limite del raccontare, per lasciare spazio alla riflessione. Gli input muovono in più direzioni, dentro l’opera di De Luca si trovano il sentimento della solitudine, la tensione umana verso le sfide e, al tempo stesso, quegli argini quali la vecchiaia, il declino, l’incomunicabilità, lo scorrere del tempo, l’idea di Dio, che contraddistinguono l’esperienza del vivere umano. “Il peso della farfalla” è prima di tutto la storia di un’ammirazione profonda di un vecchio bracconiere per “il re dei camosci” che, nell’ultima stagione della sua vita, primeggia e guida il suo branco, muovendosi con disinvoltura ed abilità tra le rocce impervie.

Come una corona sul suo corno scintilla una farfalla, tratto distintivo di un essere che domina il suo regno con naturalezza estrema, sublime esempio di una perfezione che è tensione irraggiungibile. Il vecchio bracconiere, cresciuto senza freno e senza regole, è orfano del suo branco, non sa trasmettere le sue esperienze, non comunica, sceglie la via della solitudine perché più forte, è la propensione istintiva verso l’impresa da compiere. Nell’ultima stagione della sua esistenza, al bracconiere la vita appare come “una figura perfetta” in cui “non c’è quadratura”. Per la prima volta, guarda le nuvole oltre se stesso e osserva lo scorrere del tempo, “un vento che scavalca” e che prova a riacciuffare con grande sforzo e fatica. Nasce la consapevolezza che la vita non appartiene agli uomini, ma che è, in qualche misura, roba che va restituita al flusso vitale dell’universo, dopo averla usata. Rimane al bracconiere la consapevolezza di essere “ciò che ha commesso”, poiché “un uomo che dimentica è un bicchiere messo alla rovescia, un vuoto chiuso”. La vita di un uomo e tutte le stagioni andavano col mondo, questa era la scoperta dell’età adulta. C’è spazio per un pizzico di rimpianto nelle riflessioni del bracconiere, quello per il tempo presente di cui non ha saputo godere pienamente, perché l’uomo, per sua stessa natura, “rimastica le informazioni dei sensi, le combina in probabilità.

L’uomo, così, è capace di premeditare il tempo, di progettarlo. È pure la sua dannazione, perché dà certezza di morire”. La superiorità del camoscio è anche in questo, nella sua destrezza di vivere sempre nel tempo presente, l’unica conoscenza che serve. Scrive De Luca: “In natura non esiste la tristezza (…). Le bestie stanno nel presente come vino in bottiglia, pronto ad uscire. Le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina degli uomini e non prepara alla prontezza”. Consolazione per l’uomo nel suo momento di declino è “il padrone di tutto”, allusione del bracconiere all’esistenza di Dio. Un’esistenza, quella di Dio, reputata impossibile da un uomo che da solo aveva scoperto il bene e il male e che in assenza di un “capomastro” autonomamente “prosperava” senza rivolgere preghiere, senza cercare alcun ascolto; eppure nel buio della notte, il bracconiere guardava il cielo e porgeva il suo ringraziamento a Dio, perché credere nell’impossibile era, anche per lui, consolazione e compagnia. Non manca una riflessione sui rapporti umani, sulla natura finita di quegli uomini che “hanno inventato i minuziosi codici, ma appena c’è occasione si azzannano senza legge”.

A quelli che sono per il bracconiere “tempi senza giustizia”, fanno da contrasto le leggi senza tempo della natura e del branco che, nell’istante in cui il camoscio si accascia a terra sfinito dagli spari del cacciatore, non fugge al frastuono per salvaguardare se stesso, ma si avvicina per porgere l’ultimo saluto e omaggio al valore del suo re. Nel racconto, può sembrare insolita la figura di una giornalista, una donna che “ha la faccia di una scarpa di cuoio che ha camminato a lungo e che si è adattata al piede come al guanto”, eppure spezza la tesi/antitesi tra regno animale e umano e si colloca come una figura aliena sopra le parti. Alla giornalista interessa la comunicazione, il dialogo, il racconto. Subito le parole pronunciate dal bracconiere l’apostrofano, collocandola quasi fuori dalla trama stessa, su un piano che non è tra quelli messi a confronto. Un pretesto – quello usato da De Luca – per accennare alla più estrema e difficile forma di comunicazione, quella tra uomo e donna, non senza una certa presa di coscienza: “Le donne hanno superiore volontà.

Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, s’interrompe, una donna no. Una donna è quel filo di ragno steso in un paesaggio che si attacca ai panni e si fa portare. Gli aveva messo addosso i suoi pensieri e non se li scrollava. Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza”. Non manca d’infinita naturalezza, né di un certo lirismo, De Luca quando scrive: “Le donne fanno mosse di conchiglia, che si apre sia per buttar fuori che per risucchiare all’interno”. S’intuisce la condizione di affascinazione che subisce il bracconiere/uomo e il pudore accennato da chi ammette la propria vulnerabilità: “Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare”. Nel racconto di un duello “tra re camoscio” e “re bracconiere” – che altro non è, se non pretesto per guardare nel cuore dell’uomo – non poteva mancare il finale perfetto. Il bracconiere uccide il camoscio e s’inchina alla sua superiorità, non caccerà più, trasporterà la sua carcassa in spalla, per dargli degna sepoltura. In quell’istante, anch’egli si piega alla morte e al suo destino. Lì troverà dopo il disgelo un boscaiolo, fusi in un’unica materia, inseparabili in un’unica essenza: l’uomo e quel camoscio che era stato per lui fonte d’ammirazione, ispirazione profonda e costante tensione verso un ideale di perfezione irraggiungibile.


 


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