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 sabato 7 maggio 2016

RECENSIONE

Giuseppe Lo Conte – Vita nel lager 1243

di Alfonso Saya


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Ho letto un libro avvincente, un vero capolavoro. L’Autore, Giuseppe Lo Conte, un nostro concittadino, non aveva, affatto, l’intenzione di pubblicarlo, non aveva velleità letterarie. Sono pagine di un diario copiate da pezzi di cartaccia che si trovavano in un vecchio, sudicio e sdrucito zaino militare. L’Autore, nato ad Antillo (Messina), il 21 marzo del 1924, prigioniero nel lager tedesco n. 1243, nell’ultima Guerra Mondiale, l’ha scritto nella giovane età di 19 anni, su dei pezzi di carta strappata dai sacchi di cemento, ora con il pennino, ora con la matita, ora, addirittura, con la punta di uno stecco intinto in qualche miscuglio liquido, colorato. Questo libro è stato definito “una meraviglia” perché si scopre la crudeltà della guerra, con gli occhi con gli occhi di un ragazzo che ha visto e sofferto la guerra, la sventura delle sventure, il più grande male dell’uomo e che ci viene proprio dall’uomo.

Forse non vi è che una sola guerra santa ed è la guerra alla guerra! È un diario scritto nell’inferno di un lager, con l’inchiostro del sangue, in un clima di terrore, di immense sofferenze e di fame. In questo diario, un ragazzo, a cui dovrebbe sorridere la vita che ha tutta davanti, racconta invece, in tutta la sua cruda realtà, la guerra. Tra le sue spine, è sbocciata la rosa dell’Amore ma non l’ha potuta cogliere… perché la guerra spietata, l’ha recisa e lui ha sentito quella parola che non voleva mai sentire e che i tedeschi dicevano spesso: “Annì caput”. Il grande amore del ragazzo messinese, il suo sogno gli è stato strappato. Quello che c’era fra lui e la ragazza tedesca, è qualcosa di così grande, così afferma il nostro concittadino, che difficilmente può nascere tra esseri tanto diversi di razza e di lingua.

Se penso – così dice ancora testualmente – alle sue premure, al suo altruismo all’amore che mi ha dimostrato apertamente, ogni giorno di più, se penso che, durante i bombardamenti, è rimasta al mio fianco anziché mettersi in salvo”. Appena saputo della sua morte, sentì tutto il mondo crollare e si rifugiò in quell’angolo del vagone dove hanno trascorso le ore più belle e più drammatiche, durante i bombardamenti. È un continuo andirivieni in quell’angolo, si sente guidato da una forza irresistibile e sente una voce che gli dice: “Vieni, ti sto aspettando!”.


 


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