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 venerdì 28 dicembre 2018

PERSONAGGI

Chi era Tommaso Cannizzaro

di Alfonso Saya


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A Tommaso Cannizzaro, nato a Messina il 17 agosto 1838, è intitolata una delle vie principali di Messina ed anche un Istituto scolastico. Chi era costui? Tommaso Cannizzaro, è stato un grande poeta e conosceva e parlava diverse lingue. Nacque a Messina da una famiglia nobile, compì i suoi studi sotto la guida paterna, aveva la tendenza per le lingue, e ancora ragazzo, imparò il francese. Ebbe come maestri, valenti letterati. Non volle diventare prete nonostante le insistenze del padre, e neanche avvocato, i cadici per lui puzzavano. Aveva, ripeto la tendenza per le lingue, erano il suo forte, divenne, difatti, un famoso traduttore. Traduceva perfettamente, e a proposito, ricevette da Victor Hugo, di cui era grande amico, una lettera in cui si complimentava per la traduzione in francese, che gli scrisse: “Voi siete come me, poeta francese. Noi siamo fratelli in poesia, con una differenza. Voi cantate presso il mare blu ed io presso il mare scuro. Voi siete più vicino al sole. Vi invidio, ma vi amo”.

Grande studioso di letteratura e di storia, lettore instancabile, di libri e riviste in tutte le lingue europee. Gli studi che gli valsero di più, furono quelli fatti sotto la guida dell’abate Giuseppe Crisafulli. Viaggiò molto, spinto dalla sete di conoscere e di istruirsi. Giovane, si recò a Palermo, a Napoli, a Roma, a Firenze e la visione di tante testimonianze di storia gloriosa e di tanta affascinante arte gli toccarono il cuore e provò forti impressioni. I poeti preferiti, furono Dante, Alfieri, Tasso, Petrarca, Leopardi e tra i contemporanei, Alfonso La Matine ed Hugo. Fu autore, tipografo ed editore di se stesso. Aveva la tipografia extra moenia, cioè dietro la cinta muraria della Città, dalle parti di Via Santa Marta e nella Via che porta ora il suo nome. Sotto il libro portava la scritta “per i tipi dell’Autore”. La tipografia poi, fu trasferita al centro della città, in via Della Rovere 58. Partecipò all’Impresa dei Mille, tra i “Cacciatori del Faro”. Lo studio fu però la sua attività preferita.

Lo appassionò lo studio delle lingue, si perfezionò nel francese, nello spagnolo e nel portoghese. Colpito da tanti lutti specialmente, quello della madre, rimase terribilmente solo nel suo dolore, con la sola compagnia della sua “musa” poetica. I molti viaggi furono la sua distrazione ed appagarono il suo spirito. Nel suo ricco epistolario, conservato nella Biblioteca comunale, vi sono le firme dei più grandi poeti e scrittori. Della sua grande fama internazionale, andava giustamente, orgoglioso e non montava in superbia, era umile e schivo. Difatti, sebbene non fosse laureato, per la sua celebrità, fu chiamato ad insegnare all’Università, ma, rifiutò. Nel 1869, si ritirò a Marina delle Palme, nei pressi di Roccalumera, disgustato dalla malignità degli uomini, nella sua campagna dove trovava rifugio e riposo. Ritornava a Messina, per brevi periodi, nella casa di via Della Rovere. Era affettuoso con i suoi familiari. Sposato con una svizzera, dei sette figli che ebbe, gliene rimasero due. Aveva case e terreni anche a Zafferia e per distrarsi dal pungente dolore per la perdita, nel giro di dieci giorni, di 5 figli, andava per le campagne e a contatto con la genuina semplicità dei contadini, raccoglieva canti popolari, proverbi, racconti.

Li raccolse in dodici quaderni di una preziosa raccolta “I canti popolari del messinese”. Per questa sua passione ebbe una corrispondenza epistolare con alcuni studiosi di tradizioni popolari, basti citare il notissimo Lombardi Satriani. Instancabile fu la sua attività letteraria. La sua tipografia era, davvero, una fucina da cui uscivano volumi e volumi, uno dei quali, “Foglie morte”, fu recensito dalla poetessa Ada Negri, che ne scrisse: “Rifulge estro robusto, nobiltà d’animo e granitica fermezza di sentimenti”. Innumerevoli le sue traduzioni di cui era maestro. Il suo capolavoro, la traduzione della Divina Commedia in versi siciliani, fu stampato nel 1904 dall’editore Principato. Il terremoto del 1908, sconvolse la vita del poeta, che perdette la figlia Elisa. Profugo si trasferì a Catania. Nel primo anniversario del terremoto, invitato a dettare una lapide commemorativa, entrò in polemica con le Autorità cittadine, perchè, con un verso, tacciava il “colpevole abbandono” della Città, da parte del Governo del tempo.

Ritornato a Messina, abitò in una delle nuove case del Quartiere Lombardo, fino alla fine dei suoi giorni, fu colpito da un lacerante dolore, la morte dell’unico figlio l’avv. Franz Adolfo che ha seguito le orme paterne. Chiuso tra i libri, stemperava il suo dolore. Non aveva la “bella benefica Fede” del Manzoni anche se godette dell’amicizia del grande Santo messinese, Annibale Maria Di Francia. La sua operosità letteraria fu instancabile, fino al giorno della sua morte, che avvenne il 25 agosto 1921. All’entrata del Gran Camposanto, si trova la sua modesta tomba come fu la sua vita. Soleva dire: “Nascondi la tua vita, diffondi le tue opere”.


 


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