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 giovedì 3 settembre 2015

ADOZIONI

Perché così difficili in Italia?

di Olga Cancellieri


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Si vuole continuare a trattare il tema dei figli, già attenzionato in precedenza, ma visto dal punto di vista delle adozioni. Lo spunto nasce da un recente e inquietante fatto di cronaca: una coppia messinese residente da anni in Svizzera, con una grande voglia di avere un figlio, anche se non soddisfatta né dalla natura, né dalla legge, che ha impedito loro (per ragioni non note) di poterne adottare uno. Così si sono attivati per comprarlo. La vittima, un bimbo rumeno di 8 anni, figlio di una giovane donna rumena, sarebbe stato comprato dalla coppia per trenta mila euro, se tali contrattazioni telefoniche non fossero state intercettate nel corso di un’indagine e gli inquirenti non fossero così riusciti a bloccare la compravendita. Appare superfluo ricordare che i bambini non si comprano e che questo tipo di adozioni è assolutamente illegale anche in Italia, però appare opportuno interrogarsi sul perché le adozioni nazionali ed internazionali nel nostro paese sono così difficili? Si è proprio sicuri così di tutelare i più piccoli e quindi i più deboli, permettendo di adottare solo alle famiglie migliori possibili (ma da quale punto di vista? Economico? Sociale? Di affidabilità e affetto? Psicologico?), o si tratta solo delle ennesime costose e interminabili lungaggini burocratiche che uccidono ogni cosa nel “belpaese”?

Secondo i dati ufficiali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in Italia ci sono oltre 34mila minori fuori famiglia, di cui 2.300 potrebbero essere adottati ma che vivono invece in comunità educative o in famiglie affidatarie; di questi ultimi, circa 700 hanno meno di 10 anni. “Nonostante siano tante le coppie desiderose di accogliere un bambino”, dice il presidente dell'Associazione “Non lasciamoli Soli”, Marco Griffini, “le richieste di adozione nazionale nel nostro Paese sono scese da poco più di 16.000 a circa 10.600 dal 2006 al 2010; quelle per l’adozione internazionale sono precipitate dalle 6.273 del 2006 alle 3.179 del 2011. Evidentemente qualcosa non va”. Ciò che è certo è che ci sono famiglie lasciate sole, uomini e donne capaci di dare amore a un figlio che arriva da lontano costrette a pagare spese elevate perché lo Stato italiano lascia tutti gli oneri a loro carico. Torna a far discutere in Italia il tema delle adozioni internazionali. Ma come si fa un’adozione? Innanzitutto, bisogna rivolgersi al Tribunale per i Minorenni presentando una domanda/dichiarazione in cui i coniugi offrono la loro disponibilità all’adozione.

I requisiti per l’adozione internazionale (gli stessi che per l’adozione nazionale) sono: essere in due; essere coniugati al momento della presentazione della dichiarazione di disponibilità; provare documentalmente o per testimonianza, ove il matrimonio sia stato contratto da meno di tre anni, la continua, stabile, perdurante convivenza antecedentemente alla celebrazione del matrimonio per un periodo almeno pari al complemento a 3 anni; non avere in corso nessun procedimento di separazione, nemmeno di fatto. Riguardo all’età, secondo la legge: la differenza minima tra adottante e adottato è di 18 anni; la differenza massima tra adottanti ed adottato è di 45 anni per uno dei coniugi, di 55 per l’altro. Tale limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli, ed ancora se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo. Infine, gli aspiranti genitori adottivi devono essere idonei ad educare ed istruire, e in grado di mantenere i minori che intendono adottare.

È chiaro che per questi ultimi requisiti occorre una valutazione più complessa “nel merito”, cioè nei contenuti e nelle modalità del rapporto di coppia, che viene espletata dai Tribunali per i minorenni e realizzata tramite i servizi socio-assistenziali degli Enti locali, anche in collaborazione con i servizi delle aziende sanitarie locali. Proprio per lo svolgimento di tali operazioni trascorre molto tempo e la coppia adottante è costretta a farsi carico di ingenti spese iniziali senza sapere, neanche dopo anni, se dalla porta di casa propria entrerà mai un figlio. A queste potenziali future famiglie ci si può limitare a dire di avere pazienza e di non perdere la speranza?


 


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