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 venerdì 3 luglio 2015

STORIA

Messina dalle sue origini (XI parte)

di Filippo Scolareci


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Nonostante Gelone, fosse considerato per certi versi giusto e moderato, dopo appena due anni di governo, essendo in cuor suo molto ambizioso, decise di affidare la città di Gela nelle mani di suo fratello Ierone. Gelone, nel momento in cui si presentò una ghiotta occasione, ritenendola una possibilità che gli si prospettava nella interessante città di Siracusa. A Siracusa, per la concomitante lotta tra i Gamoroi (discendenti dei primi coloni greci, proprietari terrieri, che detenevano il potere) e i Killichirioi (che erano la classe oppressa, discendenti dei Siculi), ma che in seguito a rivolte scoppiate in città avevano messo in fuga gli oppressori verso Gela ed avevano preso momentaneamente il potere nelle loro mani. A questo punto Gelone con un vero capolavoro di abilità e raffinata diplomazia, avendo aiutato, accompagnato ed assistito con le sue truppe i Gamoroi, facendoli rientrare a Siracusa ed anche in possesso dei loro territori, senza colpo ferire, egli riuscì a pacificarli e farsi proclamare all’unanimità tiranno di questa importante e strategica città ellenica, sia dall’una che dall’altra parte.

Pertanto, Siracusa venuta in potere di Gelone, mentre la città di Gela rimaneva tranquilla e sicura in quanto affidata nelle mani esperte di suo fratello Ierone, aveva costituito una forte e solidissima alleanza con un vero e proprio blocco di potere anche con la città di Agrigento in mano a Terone, a sua volta legato dal vincolo di parentela, in quanto padre di sua moglie. Certamente, per rispondere a questa triplice coalizione, il tiranno di Messene e di Rhegion decise di coalizzarsi con il suocero Terillo, signore di Himera che già si trovava inglobato nella sfera di Cartagine e conseguentemente è stata una cosa alquanto naturale stipulare un patto con la città punica. Intanto i Cartaginesi, nell’attesa dell’inevitabile futuro scontro con le città elleniche, avevano già costituito quelle alleanze in territorio siciliano che ritenevano giuste, preparando in modo accurate le mosse di un eventuale conflitto, per evitare che l’intera Sicilia greca cadesse sotto il dominio di un unico tiranno. Ma loro non avevano fatto i conti con Terone di Agrigento, il quale nel 480 a. C., fornì il pretesto che attendevano. Infatti, il Tiranno della città della “Valle dei Templi” inaspettatamente intervenne ad Himera e dopo avere rovesciato Terillo vi stabili il suo protettorato.

Trascorso soltanto poco tempo dalla caduta di Himera sotto le grinfie del tiranno di Akragas, ecco giungere via mare il generale punico Amilcare, il quale effettuò l’assediò della città con una grande armata massiccia e cosmopolita, ma priva della sua fortissima cavalleria che era andata perduta in un disastro marittimo durante la navigazione verso la Sicilia. Nel frattempo Terone temporeggiava, tenendo molto impegnati gli avversari, difendendosi dagli spalti e con delle sortite improvvise fuori dalle mura e ripiegamenti molto veloci, in attesa dell’arrivo dei Siracusani guidati da Gelone, il quale stava giungendo a marce forzate con 25.000 fanti e 2.000 cavalieri, dopo essere riuscito ad interrompere i rifornimenti che dovevano giungere ai punici dalle città alleate. Pertanto le truppe di Cartagine, oltre a non riuscire a espugnare le mura della città, restarono isolati e prive di rifornimenti.Inoltre una mattina, Gelone fece penetrare con l’inganno dei suoi cavalieri dentro il campo navale e incendiarono tutta la flotta punica. Ciò ne consegue che le truppe Cartaginesi con questa mossa si scompaginarono e nonostante avessero opposto molta resistenza, si vennero a trovare alla mercè della cavalleria siracusana, che approfittando della sorpresa, fece migliaia di prigionieri.

La mischia che ne conseguì durò fino a sera inoltrata. All’indomani, la grande armata punica non esisteva più e il suo capo Amilcare era scomparso. Probabilmente morì durante i combattimenti, oppure per la vergogna si uccise. Comunque di lui non si seppe più nulla. Lo storico Erodoto riferì che la gloriosa battaglia di Himera è stata disputata nello stesso giorno (23 settembre del 480 a.C.) di quella effettuata nel golfo di Salamina dove vide la flotta e l’esercito persiano (alleati di Cartagine) soccombere di fronte alla flotta Greca, pur essendo costituita di un numero molto inferiore a quella del nemico. Probabilmente Gelone commise l’errore di non respingerli in Africa, forse per quel famoso detto che “ai nemici in fuga si fanno ponti d’oro”. Tuttavia, la tremenda batosta servì come ammonimento per gli sconfitti, i quali sono stati tenuti tranquilli e a bada fino alla fine di quel secolo. Pertanto, dopo questo esito abbastanza infausto, le due città dello Stretto, Messene e Rhegion, vennero a gravitare in modo automatico nell’orbita della potenza siracusana costituendo, maggiormente dopo la morte di Anassila (476 a. C.) sotto i successori dello stesso, come da precedenti accordi, un’entità politica bicipite che riuscì a mantenersi fino al 461 a.C., epoca in cui la tirannide degli Anassilaidi venne completamente eliminata. Per quanto riguarda la città del Peloro, dall’influenza siracusana si tramutò il nome da Messene in Messana e consequenziale trasformazione, da una città opulenta che aveva raggiunto alti livelli anche nella vita e nelle classi sociali (fino al 460 a.C.), in un centro di raccolta dei mercenari che erano stati mandati via dalle altre città.


 


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