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 lunedì 2 dicembre 2013

UN MARE DA VIVERE

A... come Apnea

di Salvatore Campolo


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Già! Perché l’apnea, oggi, non è più solo quella dei campioni, ma, nella stragrande maggioranza dei casi, quella di chi ama un approccio con il mare più naturale e immediato, per scoprire, così, il piacere interiore della consapevolezza del proprio respiro, del corpo che si sposta, fluidamente, nell’acqua, dello stare in ascolto di sé, per quei pochi attimi ogni volta nuovi, e, soprattutto, dell’osservare tutte quelle forme di vita alle quali, mentre si trattiene il respiro, ci si sente più vicini.

L’apnea, per definizione, è la cessazione o la sospensione dell’attività respiratoria.

Sospendere, volontariamente, la respirazione è un comportamento che l’uomo, da millenni, compie, spontaneamente ed istintivamente, prima d’immergere il viso nell’acqua.

Il desiderio di scoperta del mondo sottomarino, forse, sembra recente, ma, in realtà, è antico quanto è antica la curiosità dell’uomo ed il suo innato bisogno di scoprire e ricercare.

Datare l’immersione subacquea non è compito facile. Gli storici ci informano solo della presenza di pescatori “subacquei” nel Mar Baltico circa diecimila anni fa. Forse, le conchiglie possono aiutare gli storici in questa ricerca perché rappresentano le prime testimonianze di un’utilizzazione delle risorse marine nella preistoria. In babilonia, a Bisunaya, furono trovati oggetti incrostati di madreperla, opere di artisti vissuti 4500 anni or sono. Mille anni più tardi, a Tebe, allo stesso scopo, venivano usate conchiglie di ostriche perlifere. Senza dubbio, in quei tempi remoti, i primi “sub” della storia s’immergevano davanti alle coste del Golfo Persico e del Mar Rosso per raccogliere conchiglie, perle o spugne, oppure, ostriche, apprezzate come alimento prima che la madreperla venisse usata per gli intarsi.

La leggenda e la storia ci hanno tramandato molti fatti e imprese compiuti da “apneisti”, nei vari secoli, per scopi di diversa natura. Tra i tanti, vale la pena ricordare: la leggendaria immersione di Alessandro il Grande, che si fece calare sott’acqua rinchiuso in un contenitore costruito su misura; quella di Glauco, pescatore di spugne della civiltà cretese (2000 a.C.) citato da Erodoto, che raggiungeva i -100 metri ed aveva, anche, i 10 minuti di apnea, perché si nutriva di una particolare alga magica (Glauco con ogni probabilità, rappresenta la prima descrizione di un decesso in acqua per sincope anossica). Racconta, infatti, Erodoto che Nettuno, il dio del mare, affascinato dalle imprese di Glauco, un giorno lo trattenne sott’acqua alla sua corte, tra le nereidi e le sirene, ed il suo corpo riaffiorò cosparso di alghe; gli “urinatores” dell’esercito romano, paragonabili ai moderni “commandos” di marina con veri e propri compiti d’incursione subacquea; il pescatore greco Scillyas e sua figlia Cyana che, secondo il racconto di Erodoto nel 480 a.C., in una incursione subacquea notturna, tagliarono i cavi di ormeggio delle navi da guerra della flotta persiana di Serse provocandone seri danni; il siciliano Nicola Pesce, citato da molti autori, tra cui i gesuiti padre Fourmer e Kucher, che, intorno al 1150, superava anche i -100 metri; i mitici pescatori di perle e coralli polinesiani ed i pescatori di spugne greci tra i quali, ricordiamo, Georgios Haggi Statti, trentacinquenne da Simi che, nel 1913, recuperò nelle acquee dell’Egeo, a -80 metri di profondità, l’ancora incagliata della nave militare italiana “Regina Margherita”.

Ben diversi gli scopi per gli apneisti del secondo cinquantennio del XX secolo: Raimondo Bucher, pioniere del Profondiamo italiano, primo a raggiungerei -30 metri, nel 1950, ed i -44, nel 1952; Enzo Maiorca e Jacques Mayol che, tra gli anni sessanta e ottanta, in una sfida interminabile, raggiunsero profondità variabili dai -60 ai -100; Umberto Pelizzari, Luca Genoni e il cubano Francisco “Pipin” Ferreras, profondisti dell’ultima generazione che, con i record nelle varie specialità e con oltre i -150 metri, hanno, ulteriorment,e allargato l’orizzonte dell’apnea.

Tutti atleti che, negli anni, animati dallo stesso spirito di conquista, hanno realizzato imprese eccezionali raggiungendo profondità, sempre più, ragguardevoli dando impulso anche alla ricerca scientifica e tecnologica.

Dalla Marina militare italiana, nel 1949, giunge il termine di “sommozzatore” per indicare il subacqueo che s’immerge in situazioni di respirazione autonoma e quello di “apneista” per indicare colui che s’immerge in apnea e, cioè, in arresto respiratorio volontario.

Sempre nel 1948, sorgono le prime associazioni e con esse il nuovo sport.

A soli tre anni dalla fine del conflitto mondiale, unica tra le federazioni competenti, la FIPS ne apprezza e prevede gli sviluppi futuri accogliendolo nella sua organizzazione. Nello stesso anno troviamo la prima manifestazione agonistica, una gara di tecnica subacquea, ed i primi corsi per l’insegnamento dell’immersione in apnea. Un corso di apnea si occupa della formazione dell’uomo subacqueo e, cioè, della sua capacità ed idoneità a muoversi, comportarsi, ragionare e tutelarsi nel mondo sottomarino. Migliorare la preparazione fisica, giungere, sempre, ad una più profonda e consistente preparazione mentale con lo scopo principale di raggiungere la sicurezza in mare: questi, in sintesi, gli scopi di un corso per apneisti.

Andare sott’acqua significa adattarsi a condizioni psico-fisiche nuove; diversi sono gli stimoli che riceviamo e le reazioni che abbiamo, rispetto a quelle della vita di tutti i giorni. Ci abitueremo a muoverci in un’altra dimensione e questo sarà possibile, piacevole e non sarà faticoso perché il nostro organismo è in parte predisposto, possiede capacità simili a quelle dei mammiferi acquatici, quasi a ricordarci le lontane origini comuni e, cioè, quando la vita si svolgeva nell’acqua.

Il primo degli scopi di un corso di apnea FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee) sarà, dunque, quello di metterci in condizione di star bene nell’acqua e sott’acqua, di raggiungere quelle che, comunemente, vengono definite “acquaticità e subacquaticità”.

Per raggiungere questo risultato si sommano adattamenti di tipo fisico, psicologico, organico e tecnico.

Fisico: programmare una buona preparazione di base con l’apprendimento e l’esecuzione di esercizi mirati;

Psicologico: allontanare il disagio e la paura (non la prudenza) abituando il cervello ad una diversa coordinazione dei movimenti, ad una selezione dei gruppi muscolari in modo da non sprecare energie e ad uno stato di massima concentrazione e rilassamento;

Organico: imparare a rispondere con il proprio corpo alle condizioni imposte dal mezzo in cui si va ad operare e, cioè, in totale assenza di aria e in variazione di pressione;

Tecnico: imparare a convivere con nuove attrezzature, conoscendole per utilizzarle al meglio.


 


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