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 mercoledì 19 aprile 2017

PROFUMI DI SICILIA

“Oro verde”: il pistacchio di Bronte

di Salvatore Anzà


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“I siciliani vivono male la loro condizione di essere siciliani, sono sempre alla ricerca di qualcosa di diverso dal presente”. Così, Andrea Camilleri spiega l’indolenza di un popolo che soffre la sua condizione ed affronta il quotidiano con una sfiducia atavica tale spesso da smorzare in fretta gli entusiasmi e da non cogliere mai appieno il grande potenziale di una terra baciata dal sole e cullata dal Mediterraneo. Eppure eccellenze, uniche al mondo, esistono e vengono sfruttate al meglio. Chi si appresta, magari una domenica come un’altra, a “scalare” le pendici dell’Etna, sarà, immediatamente, investito dalla forza ineluttabile del “mostro” di lava che le sovrasta. Lì tra ossidiana e pietre laviche affronterete strade in salita e habitat segnati e sfigurati dal Vulcano. Ma non scoraggiatevi, perché la fatica sarà premiata da paesaggi unici e, soprattutto, dal prezioso “oro verde” di Bronte. La Sicilia è l’unica regione italiana dove si produce il pistacchio e proprio Bronte, con oltre tremila ettari in coltura specializzata, ne esprime l’area di coltivazione principale con una produzione dalle caratteristiche uniche e particolari.

Bronte è il paradiso del pistacchio, qui viene coccolato e salvaguardato riuscendo a creare un frutto dal gusto e dall’aroma, universalmente, riconosciuti come unici e particolari. Questa gemma preziosa, verde come lo smeraldo, rappresenta la principale risorsa economica del vasto territorio della cittadina etnea. Il pistacchio, dal greco Pistàkion, è una pianta originaria del bacino Mediterraneo, coltivata per i semi, utilizzati per il consumo diretto, sia in pasticceria che in cucina. Era noto e coltivato dagli antichi ebrei e già allora ritenuto un frutto prezioso. Dal punto di vista cronologico, troviamo, per la prima volta, la parola “pistacchio” nell’Antico Testamento. Ancor oggi, nella parlata dialettale, si utilizzano i termini “frastuca e frastucara”, che indicano, rispettivamente, il frutto e la pianta.

Termini derivanti dalle parole arabe “fristach” e “frastuch”. Furono gli Arabi, dunque, strappando la Sicilia ai Bizantini, ad incrementare ed a attrezzarsi nella coltivazione del pistacchio che nell’Isola, particolarmente alle pendici dell’Etna, trovò l’habitat naturale per uno sviluppo rigoglioso e peculiare. Quindi, nessuno può davvero affermare di aver assaggiato il vero pistacchio, se prima non è stato a Bronte. Un ultimo consiglio per chi come me ama ancora fidarsi del proprio istinto, piuttosto che della web tecnology: arrivate a Bronte e scegliete di gustare il pistacchio, in tutte le sue forme, in una qualunque trattoria… poi se volete andare sul sicuro, andate in centro e chiedete del Ristorante “Pepe rosa”, non aggiungo altro, se non di chiedere, immancabilmente, le bruschette con crema di pistacchio e il dessert di fine pasto di loro produzione. Provateli e ne serberete un ricordo perenne.


 


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