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 lunedì 24 febbraio 2014

UN MARE DA VIVERE

Le donne e l’attività subacquea

di Salvatore Campolo


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Ancora oggi, si pensa che alcuni sport siano di esclusiva pratica maschile, ma non è cosi!

Tra le varie discipline sportive, che ormai sono, largamente, praticate con successo dalle donne, vi è l’attività subacquea.

Chiariamo subito che, in effetti e di solito, le donne hanno una minore prestanza fisica, in termini di forza, un fattore questo fisiologico innegabile.

Nello specifico della pratica subacquea, si aggiunge la complessa dinamica ormonale a cui sono soggette le donne e con maggiore esposizione al rischio di MDD, ovvero malattia da decompressione; inoltre, la donna, durante il ciclo vitale, sperimenta importanti modificazioni ormonali che ne condizionano le diverse fasi di sviluppo. Purtuttavia, oggi i subacquei di sesso femminile incidono per un buon 40%.

Si considera, dunque, che la donna ha una prestanza fisica (intesa come potenza, velocità, e forza fisica) minore rispetto all’uomo, che si manifesta, soprattutto, quando ha a che fare con la gestione delle attrezzature subacquee fuori dall’acqua.

Durante la fase della propria vita la donna, precisamente nella fase post menarca, accumula tessuto adiposo a scapito di quello muscolare, con diminuzione di potenza muscolare e capacità aerobica: per tale motivo, si dice che la ragazza dovrebbe essere alta non meno di 1,50 cm. e pesare almeno 45 kg. per essere in grado di maneggiare, senza grandi difficoltà, la propria attrezzatura.

Un aiuto sostanziale viene dato dalle svariate tipologie di attrezzature oggi in commercio, tanto da consentire alle donne di scegliere quelle più appropriate e con minor peso, ma altrettanto efficienti.

In acqua, le difficoltà, dovute alla prestanza fisica, quasi si annullano, visto che le attrezzature diventano leggere in base ad un principio fisico conosciuto come Il Principio di Archimede.

A favore delle donna, gioca un fattore importante: la necessità di consumare meno ossigeno rispetto agli uomini e, con minor produzione di anidride carbonica, ne deriva un minor consumo di aria nelle bombole e, quindi, la possibilità d’indossare bombole più piccole e con minor peso.

Nella donna, una più ridotta prestanza muscolare, rispetto a quella degli uomini, riduce anche la capacità di produrre calore; inoltre, una maggior superficie di contatto con l’acqua comporta, di conseguenza, maggior perdita di calore per conduzione.

Quindi, ne consegue che la donna è più sensibile al freddo e, soprattutto, nel periodo dello sviluppo, anche se questo inconveniente si risolve con mute sufficientemente isolanti, a livello termico.

Fisiologicamente, il ciclo mestruale non è una condizione limitante, ad esclusione dei giorni che possono essere caratterizzati da sintomi come: nausea, vomito, cefalea o tensione mammaria eccessiva, per il resto è possibile effettuare le immersioni.

Una corretta alimentazione è indispensabile, ad eccezione di quegli alimenti che possono aumentare la ritenzione idrica o compromettere la compensazione (latticini, agrumi, alcolici, etc.); sono consigliati ananas e mirtillo che favoriscono l’eliminazione dei liquidi e la protezione della parete capillare.

Non ci sono prove scientifiche che attestino che la ritenzione di liquidi e l’edema tissutale contribuiscano ad un rallentamento nella desaturazione (eliminazione di bolle dal sangue e dai tessuti) durante l’immersione. Neppure è certo che l’assunzione di anticoncezionali orali, durante il ciclo mestruale, possa mettere a maggior rischio di PDD, nonostante aumentino la coagulazione del sangue. Tuttavia però, è buona norma porre maggior attenzione in immersione e avvalersi di un profilo decompressivo più efficace o utilizzare miscele iperossigenate per meglio smaltire le bolle di azoto disciolte nel sangue.

Riguardo all’immersione, durante il periodo della gravidanza, non si hanno testi statistici sufficienti e, data l’importanza dell’evento, è consigliato non immergersi visto che, comunque, la respirazione di aria compressa, in immersione, andrebbe ad interagire con il feto.

Se il parto è stato spontaneo, si può tornare alla pratica dell’attività subacquea appena dopo 4-6 settimane; se invece, il parto è avvenuto per mezzo del taglio cesareo bisogna aspettare dalle 6 alle 8 settimane, sempre dietro consenso medico.

Non vi è divieto, invece, durante il periodo dell’allattamento, in quanto il latte materno non è influenzato dalle immersioni.

Comunque sia, è importante ritrovare prima una buona forma fisica e mentale, proporzionando lo stress alle proprie condizioni.

A favore della donna, possiamo dire che ha una maggiore predisposizione alle capacità attitudinali rispetto all’uomo ed è meno incline a comportamenti rischiosi.

Alla luce di quanto espresso, diciamo che l’attività subacquea non è controindicata per la donna che, affidandosi al proprio buon senso, farà le scelte giuste, di volta in volta, per poter godere a pieno delle meraviglie del mare.

Foto di Francesco Turano e Salvatore Campolo


 


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