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 mercoledì 8 gennaio 2014

ODE ALLA NATURA

Tramonto della mia caccia

di Redazione


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Nell’infinita preghiera del tramonto, le ali della sera s’aprono nel cielo; stanno salmodiando squillanti le coturnici, radunate in coro sugli aurei pulpiti di roccia, ultima sosta d’una giornata finita, altre… forse ne verranno.

Ora la sera s’appresta a chiudere le sue ali nel cielo, il canto delle coturnici è, certamente, l’Ave Maria della caccia, in celeste sincronia con rintocchi di campane delle chiese che vigilano sulla valle.

La notte comincia a radunare tutte le ombre che ha trovato negli estremi orizzonti e le riversa nella valle, riempiendola fino alle stelle, dilagando in silenzio dai margini del sogno in cui l’alba serena l’aveva racchiusa, riaccendendo in cielo l’ininterrotta armonia delle stelle.

Sono rimasti sulla collina, sperduti nell’anelito sfuggente dell’immensità delle cose eterne, un timido fuoco di bivacco ed i nostri piccoli cuori.

Coi nostri palpiti fatti di ricordi, di tenerezze, di passioni, per rivivere quei sublimi momenti di pura, intima felicità che la caccia ci seppe donare, chiedendoci solo di credere nel suo dono.

E quando socchiudendo gli occhi affioreranno i sogni dei nostri giorni vissuti, frulleranno nel nostro cielo mille e mille brigate di coturnici con il fragoroso e possente volo delle loro ali.

Sfarfallerà la beccaccia dagli occhi languidi fra i roveti e le mortelle ridipingendo il nostro animo con i magici colori dell’autunno.

Schizzerà la lepre dal suo covo di pace sotto la profumata ginestra d’oro e l’alba livida e tetra della palude sarà, per la sua perenne bellezza, eternamente senza sole e la sua maliosa tristezza verrà resa ancora più appassionata dal canto lamentoso del Piviere che passa alto sopra la foschia.

E così gli anni passano e le giornate di malinconia e di ricordi giungono anche per noi che fummo dimentichi del tempo in una troppo lunga illusione di perenne giovinezza.

Spesso si pensa che forse sarebbe stato bello morire in una piaggia assolata, fra le stoppie roventi e profumate o all’ombra mistica di un bosco folto di abeti, di fronte a Dio e ai suoi miracoli, chiudendo gli occhi nella bellezza azzurra di uno dei nostri meriggi, portando con noi, come ultima visione del nostro passaggio terreno, l’oro del sole, l’argento dei fiumi scintillanti che tagliano, nel loro eterno andare, i boschi cupi dei fondi valle, ed il profumo vivo e carnale dell’agostano in fiore ed il caldo sentore della pineta a mezza estate.

Chiudere così la nostra lunga giornata, tutti avvolti nella celeste meraviglia del creato, perché l’attimo è bello e merita di essere l’ultimo della nostra vita, per un più grande ricordo nell’eternità.

A ricordo di Francesco Mistretta


 


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